WASHINGTON – Negli Stati Uniti, come in molti altri paesi, gli avvocati non sono sempre i più amati, spesso bersagliati da battute e pregiudizi. Ma mai come ora, il sistema legale del Paese sta vivendo un attacco senza precedenti da parte dell’amministrazione Trump. Il presidente ha deciso di scatenare una guerra contro il cosiddetto “Big Law”, il potente gruppo di circa 200 studi legali che gestiscono bilanci da centinaia di milioni, se non miliardi, di dollari.
Il 25 febbraio, a meno di un mese dalla fine del suo mandato, Trump ha firmato tre ordini esecutivi che accusano i grandi studi legali di “danneggiare le comunità” e di svolgere attività “disoneste e pericolose”. Un’offensiva che si basa in gran parte sulla convinzione che alcuni studi abbiano difeso i suoi avversari politici, come l’ex segretario di Stato Hillary Clinton o il procuratore speciale Jack Smith, ma anche avvocati che si sono schierati contro i manifestanti di Capitol Hill il 6 gennaio 2021.
L’ATTACCO ALLE POLITICHE DI DIVERSITÀ E INCLUSIONE
Un altro obiettivo della critica dell’amministrazione riguarda le politiche di “Diversity & Inclusion” adottate da molti studi legali. Secondo il governo, l’introduzione di quote per l’assunzione e la promozione di minoranze etniche o di genere violerebbe il Civil Rights Act del 1964, la storica legge contro la discriminazione razziale. La Corte Suprema, recentemente, ha anche stabilito che l’affirmative action, le politiche che favoriscono determinati gruppi, possono discriminare altre categorie, come gli asiatico-americani, a favore dei quali, secondo il governo, queste politiche sarebbero ingiuste.
L’amministrazione ha quindi imposto severe sanzioni a queste law firm: gli avvocati sono stati esclusi dall’accesso agli edifici federali e dai contratti con la pubblica amministrazione. Ma le conseguenze sono ancora più pesanti: le sanzioni includono anche la cancellazione di contratti governativi esistenti, con la minaccia di danneggiare irreparabilmente le law firm che non cederanno alle pressioni.
LA REAZIONE DEGLI STUDI LEGALI
Le reazioni degli studi legali sono state diverse. Una law firm ha ceduto alle richieste del governo, rinunciando alle sue politiche di diversity e promettendo di svolgere gratuitamente 40 milioni di dollari di lavoro per le cause che il governo sostiene. Un’altra ha scelto di mantenere il silenzio, sperando che la tempesta passi, mentre la terza ha presentato ricorso chiedendo l’annullamento del provvedimento governativo.
LA RITORSIONE CONTRO LA DIFESA DEI CLIENTI
Le politiche punitive di Trump non riguardano solo le scelte di assunzione. La vera questione è la vendetta contro gli studi legali che hanno difeso i suoi avversari politici o che si sono opposti alla sua amministrazione. Una reazione che, seppur impopolare, mina le basi stesse della giustizia americana. Gli avvocati, infatti, sono protetti dalla legge nel loro diritto a difendere chiunque, indipendentemente dalle simpatie politiche. L’intervento del governo contro questi avvocati è un attacco alla libertà di difesa, sancita dalla Costituzione americana, e potrebbe avere ripercussioni gravi sulla separazione dei poteri e sui diritti civili.
UN’INTERFERENZA PERICOLOSA
Questo episodio solleva anche interrogativi più ampi. Come sottolinea il presidente di uno degli studi legali coinvolti, con un fatturato di miliardi di dollari e migliaia di avvocati, una lunga battaglia legale con l’amministrazione potrebbe compromettere seriamente la sopravvivenza dello studio. Ma, più in generale, il caso ci ricorda come l’intromissione dello Stato nell’economia possa facilmente sfociare in un intervento nelle libertà politiche e civili. Come ha ammonito l’economista von Mises, “A cosa serve la libertà di stampa se tutte le tipografie sono in mano al governo?”.
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