10 Gennaio 2026 - L'indagine

Stop al Reddito di cittadinanza, boom delle invalidità civili? I numeri che alimentano il sospetto

Tra il 2020 e il 2024 le pensioni di invalidità civile sono cresciute del 7,4%, con un’accelerazione dopo l’abolizione del Reddito di cittadinanza. Nessuna prova di un legame diretto, ma i dati territoriali – soprattutto nel Mezzogiorno – sollevano interrogativi economici e sociali

La fine del Reddito di cittadinanza e l’aumento delle pensioni di invalidità civile procedono su binari ufficialmente separati. Eppure, osservando i numeri, il dubbio di una possibile connessione resta sullo sfondo, soprattutto nelle aree più fragili del Paese.

Al 31 dicembre 2024, in Italia risultavano erogate 4.313.351 pensioni di invalidità, di cui 899.344 previdenziali e 3.414.007 di natura civile. I dati mostrano un andamento divergente: tra il 2020 e il 2024 le prestazioni previdenziali sono diminuite del 14,5%, mentre quelle civili sono aumentate del 7,4%, pari a oltre 234mila assegni in più. Un incremento concentrato in larga parte tra il 2022 e il 2024, proprio negli anni che hanno preceduto e seguito la cancellazione del sussidio contro la povertà.

Nel 2024 la spesa complessiva per le pensioni di invalidità è stimata in 34 miliardi di euro, di cui 21 miliardi destinati alle prestazioni civili. Numeri rilevanti, che spingono a interrogarsi sul ruolo che le pensioni di invalidità possono aver assunto come ammortizzatore sociale “di fatto”, soprattutto dopo il venir meno del Reddito di cittadinanza.

Reddito di cittadinanza e invalidità: una correlazione difficile da provare

Formalmente, le due misure rispondono a logiche diverse. Il Reddito di cittadinanza nasceva come strumento di contrasto alla povertà e di inclusione lavorativa; le pensioni di invalidità civile tutelano invece persone con ridotte capacità fisiche o psichiche riconosciute. Tuttavia, la sua abolizione ha lasciato scoperta una fascia di popolazione con difficoltà occupazionali strutturali. In questo contesto, per molte famiglie l’accesso all’invalidità civile potrebbe aver rappresentato l’unica forma stabile di sostegno economico.

Dimostrare un nesso causale diretto è oggi impraticabile: mancano dati comparabili e la materia coinvolge diritti fondamentali e condizioni sanitarie reali. Ma il sospetto di una relazione indiretta tra i due fenomeni, specie in alcune aree del Paese, resta aperto.

Il peso del Mezzogiorno

È soprattutto nel Mezzogiorno che la crescita delle invalidità civili appare più marcata. Tra il 2020 e il 2024 le prestazioni sono aumentate dell’8,4%, con un balzo del 7,2% nel solo biennio 2022-2024. Un dato che colpisce se confrontato con la demografia: il Sud conta 19,7 milioni di abitanti, contro i 26,3 milioni del Nord, ma registra circa 500mila invalidi civili in più.

Anche l’incidenza sul totale della popolazione mostra forti differenze territoriali. La Calabria guida la classifica con il 13,2% di prestazioni di invalidità rispetto agli abitanti, seguita da Puglia (11,6%), Umbria (11,3%) e Sardegna (10,7%). In coda Piemonte, Lombardia e Veneto, tutte attorno al 5,1%. A livello provinciale spiccano Reggio Calabria, Lecce e Crotone, mentre le incidenze più basse si registrano a Trieste, Firenze e Prato.

Spesa e rischi di abuso

La spesa per le pensioni di invalidità civile resta concentrata nel Sud: nel 2024 il 46,6% dei 21 miliardi complessivi è stato erogato nel Mezzogiorno. La Campania guida la graduatoria con 2,73 miliardi, seguita da Lombardia e Lazio. L’importo medio nazionale è di 501 euro mensili.

Sul fronte delle irregolarità, dati ufficiali completi non esistono. Tuttavia, le frodi nel comparto previdenziale continuano a emergere: tra il 2020 e l’agosto 2021 la Guardia di Finanza ha accertato quasi 48 milioni di euro di indebite percezioni tra assegni sociali e pensioni di invalidità.

Un interrogativo aperto

Il quadro che emerge non consente conclusioni definitive, ma pone una questione politica e sociale rilevante. La crescita delle invalidità civili, soprattutto dopo la fine del Reddito di cittadinanza, segnala il rischio che strumenti nati per tutelare condizioni sanitarie reali diventino, in assenza di alternative, l’ultima rete di protezione contro la povertà. Un equilibrio delicato, che chiama in causa welfare, controlli e politiche del lavoro, e che difficilmente potrà essere ignorato a lungo.


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