La liquidazione delle spese processuali torna al centro dell’attenzione dell’avvocatura dopo una nuova pronuncia della Corte di Cassazione che limita in modo netto la discrezionalità dei giudici di merito. Con l’ordinanza n. 25965 del 2026, la Suprema Corte ha ribadito che la riduzione dei compensi forensi rispetto ai valori medi tabellari non può in nessun caso superare la soglia del 50%, indipendentemente dal grado di complessità della controversia.
Il caso trae origine da una liquidazione delle spese giudicata eccessivamente penalizzante per il difensore, in cui il giudice di merito aveva applicato una decurtazione ritenuta sproporzionata rispetto ai parametri previsti dal DM 55/2014, come aggiornato dal DM 147/2022. La Cassazione ha colto l’occasione per precisare un punto di diritto destinato a fare giurisprudenza: non è legittimo richiamare l’articolo 4 della legge 794/1942, norma previgente rispetto all’attuale sistema tariffario, per operare ulteriori decurtazioni sui compensi oltre il limite già fissato dalla normativa vigente.
Il principio affermato chiarisce quindi che il range di oscillazione tra i valori minimi e massimi previsto dalle tabelle forensi costituisce un argine invalicabile anche per il giudice che intenda premiare la linearità o la scarsa complessità di una causa. Una motivazione generica sulla “semplicità” del giudizio non è sufficiente a giustificare tagli superiori alla metà del valore medio di riferimento.
Per gli avvocati italiani la pronuncia rappresenta un argine difensivo importante contro prassi di liquidazione eccessivamente compressive, soprattutto nei tribunali dove si registravano decurtazioni anche dell’80-90% rispetto ai valori medi. Gli studi legali potranno richiamare l’ordinanza nei ricorsi su spese ritenute inadeguate, mentre i giudici di merito dovranno motivare con maggior rigore ogni riduzione superiore alla soglia indicata.
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