1 Febbraio 2026 - Giustizia civile

Sei mesi e mezzo per un capannone: la burocrazia che frena lo sviluppo

Tra edilizia e giustizia civile, i tempi della Pubblica Amministrazione variano drasticamente da città a città e diventano un freno strutturale alla competitività. Milano, Bari e Roma tra le realtà più penalizzate, con ritardi che si trasformano in un’imposta occulta su imprese ed enti pubblici

L’Italia continua a scontare un paradosso strutturale: regole formalmente uguali su tutto il territorio nazionale producono effetti profondamente diversi a seconda della città in cui vengono applicate. Il risultato è una Pubblica Amministrazione dai tempi disomogenei, che incide negativamente sugli investimenti, scoraggia l’iniziativa privata e accentua i divari territoriali.

L’edilizia rappresenta una cartina di tornasole particolarmente efficace di questa inefficienza. Per ottenere una concessione edilizia finalizzata alla costruzione di un capannone commerciale servono in media oltre sei mesi e mezzo, pari a 198 giorni. Un dato già elevato se confrontato con gli standard europei, ma che peggiora sensibilmente nelle grandi aree urbane. A Milano e Napoli si raggiungono i 220 giorni (7,2 mesi), a Torino 210 giorni (6,9 mesi) e a Palermo 205 giorni (6,7 mesi). Proprio nei territori dove la domanda di spazi produttivi è più alta, la lentezza amministrativa finisce così per diventare un vero collo di bottiglia allo sviluppo economico.

Ancora più critico è il quadro della giustizia civile, in particolare sul fronte delle procedure di insolvenza. A livello nazionale servono in media 36 mesi – 1.095 giorni – per arrivare alla liquidazione di un’impresa insolvente. Ma anche in questo caso le medie nascondono forti squilibri. A Milano i tempi arrivano fino a 75 mesi, oltre sei anni, seguita da Bari con 72 mesi, Roma con 68 e Ancona con 60. Durate incompatibili con le esigenze di un’economia moderna, che richiede rapidità nella riallocazione delle risorse e certezza delle regole.

Non va meglio sul terreno delle controversie commerciali. In Italia una disputa tra imprese si chiude in media in 600 giorni, ma a Roma si arriva a 1.400 giorni, quasi quattro anni. Bari e Reggio Calabria superano i 1.180 giorni, mentre Ancona, Firenze e Napoli si attestano attorno ai 1.000 giorni. Ritardi che aumentano i costi operativi, accrescono il rischio d’impresa e spingono molte aziende a rinunciare a far valere i propri diritti, come rilevato dall’CGIA.

Alla base di questi dati vi è una qualità della burocrazia giudicata molto bassa. Il problema non è la presenza di regole, inevitabile in economie complesse, ma il loro cattivo funzionamento. Procedure lente, adempimenti duplicati, sovrapposizioni normative e incertezza interpretativa generano costi opachi e difficilmente programmabili, che si traducono in un vincolo strutturale alla crescita. Le imprese sono così costrette a destinare risorse ad attività difensive, sottraendole a innovazione e sviluppo.

Un ulteriore effetto riguarda la cattiva allocazione del tempo e del capitale umano: la gestione della complessità amministrativa assorbe energie manageriali che potrebbero essere investite nell’espansione dei mercati e nella crescita dimensionale. L’impatto è inoltre asimmetrico: le grandi imprese riescono a diluire i costi grazie alle economie di scala, mentre le piccole e medie ne sopportano un peso sproporzionato.

La cattiva burocrazia, tuttavia, non danneggia solo il sistema produttivo. Penalizza anche gli stessi enti pubblici, intrappolati in un intreccio di complessità normativa, frammentazione delle competenze e incentivi distorti. L’accumulo di norme incoerenti favorisce comportamenti difensivi, moltiplica i controlli e allunga le catene decisionali, senza migliorare la qualità delle scelte. Una digitalizzazione non accompagnata da una reale reingegnerizzazione dei processi finisce così per cristallizzare le inefficienze anziché risolverle.

Nel Mezzogiorno questi fenomeni risultano più accentuati, non per carenze civiche o amministrative, ma per un equilibrio istituzionale storicamente determinato. L’estensione di modelli burocratici pensati per contesti produttivi più dinamici, unita a un settore privato più debole, ha favorito nel tempo pratiche discrezionali e una minore pressione per regole semplici e prevedibili. Il risultato è che norme formalmente uniformi producono esiti profondamente diversi.

Secondo le elaborazioni basate sui dati della Banca Mondiale (B-READY 2025), contrastare la malaburocrazia richiede interventi sistemici: semplificazione normativa, chiarezza delle competenze, incentivi coerenti e una digitalizzazione realmente orientata ai processi e ai risultati. Senza un cambio di passo strutturale, la lentezza amministrativa continuerà a rappresentare uno dei principali freni invisibili allo sviluppo del Paese.


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