Non una promessa, ma un bilancio di quanto già realizzato. È questo il senso dell’incontro che si è svolto presso il Ministero della Giustizia, dedicato allo stato di attuazione della giustizia riparativa in Italia. Un’occasione per illustrare i risultati concreti di un percorso normativo e organizzativo che punta a integrare il modello penale tradizionale con strumenti fondati sul confronto tra autore del reato, vittima e comunità.
Ad aprire i lavori è stato il viceministro Francesco Paolo Sisto, che ha sottolineato come l’iniziativa non fosse finalizzata ad annunciare nuovi progetti, ma a rendere conto di obiettivi già raggiunti. Al centro dell’intervento, il richiamo al principio costituzionale della funzione rieducativa della pena e alla necessità di costruire un ponte tra sistema giudiziario e territori.
Un modello complementare, non alternativo
La giustizia riparativa si configura come un percorso parallelo al processo penale, attivabile solo con il consenso delle parti. Non sostituisce la sanzione, ma la affianca, offrendo uno spazio di dialogo mediato in cui l’autore del reato può assumersi responsabilità e la vittima può trovare ascolto e riconoscimento.
Il ministro Carlo Nordio aveva già definito questa impostazione una “svolta di paradigma” all’indomani dell’entrata in vigore del Decreto legislativo 150/2022, che ha introdotto per la prima volta nel nostro ordinamento una disciplina organica in materia.
Nel corso dell’incontro sono stati illustrati i 36 Centri per la giustizia riparativa attivati sul territorio nazionale, frutto della collaborazione tra amministrazione centrale ed enti locali, chiamati a svolgere un ruolo decisivo nella concreta operatività del sistema.
Il ruolo dei territori e le risorse stanziate
L’implementazione dei centri ha richiesto un intenso lavoro di coordinamento istituzionale. Magistrati, dirigenti ministeriali ed esperti hanno evidenziato la complessità del dialogo tra strutture con linguaggi, tempi e competenze differenti, ma anche la capacità di costruire reti operative stabili.
Sul piano finanziario, l’investimento non è stato marginale: circa 15 milioni di euro sono stati destinati alla creazione e al funzionamento dei centri, con l’auspicio di un ulteriore rafforzamento delle risorse nei prossimi esercizi.
Una cultura del conflitto che cambia
Durante la presentazione è emersa con forza la dimensione culturale della riforma. La giustizia riparativa è stata descritta non solo come un istituto giuridico, ma come un diverso modo di guardare al conflitto penale: un approccio che valorizza l’incontro, la responsabilizzazione e la ricostruzione delle relazioni sociali.
Non a caso, nel dibattito è stato evocato anche un precedente simbolico della tradizione occidentale: l’episodio dell’incontro tra Achille e Priamo narrato nell’Iliade, esempio antico di riconoscimento reciproco oltre la violenza del conflitto. Un richiamo culturale per sottolineare che l’idea di una giustizia fondata sull’incontro affonda radici lontane, pur trovando oggi una sistemazione normativa moderna.
Verso una giustizia più dialogica
La fase attuativa segna dunque un passaggio importante: dall’enunciazione dei principi alla costruzione di strutture operative. Resta la sfida di consolidare prassi e professionalità, garantendo uniformità sul territorio e piena integrazione con il sistema penale.
La scommessa è ambiziosa: fare della gestione del conflitto non solo un momento sanzionatorio, ma un’occasione di ricomposizione sociale. Se il modello saprà radicarsi stabilmente, la giustizia riparativa potrà diventare una componente strutturale dell’ordinamento, capace di arricchire la risposta pubblica al reato con strumenti di responsabilità e dialogo.
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