25 Agosto 2026 - Diritto sportivo

Nove secondi e trentadue: l’androide che ha tolto il record a Usain Bolt

Ai Giochi Mondiali dei Robot Umanoidi di Pechino le macchine hanno abbattuto i primati umani sui 100 e sui 400 metri. Ma il cronometro racconta solo metà della storia: dietro la prestazione si affaccia il nodo giuridico della responsabilità per ciò che un corpo artificiale fa — e per ciò che rompe

Il 22 agosto, sulla pista allestita nell’Oval del pattinaggio di velocità costruito per le Olimpiadi invernali del 2022, un androide rosso e privo di testa ha coperto i cento metri in 9,32 secondi, toccando una punta di 14,5 metri al secondo. Si chiama Lightning, lo ha costruito Honor — un produttore di smartphone, non un’azienda di robotica industriale — e il tempo è ventisei centesimi più basso del 9,58 con cui Usain Bolt riscrisse la storia dell’atletica a Berlino nel 2009.

Il giorno dopo, in batteria ufficiale, la scena si è ripetuta con un protagonista diverso: Tiangong Ultra, del centro pechinese di innovazione sulla robotica umanoide, ha chiuso in 9,39 secondi rimontando proprio Lightning, fermato a 9,47. Entrambi sotto il limite umano. Sui 400 metri il divario si è allargato ancora: 38,15 secondi contro i 43,03 del primato mondiale di Wayde van Niekerk.

Per misurare la velocità del progresso conviene guardare all’edizione precedente della stessa manifestazione: dodici mesi fa l’oro sui cento metri era stato vinto con 21,50 secondi. In un anno il tempo si è più che dimezzato.

Un record che non è un record

Il paragone con l’atletica, però, regge poco, e non solo per ragioni di principio. Lightning aveva già vinto in aprile la mezza maratona di Pechino in 50’26”, ma per affrontare la pista i suoi progettisti gli hanno semplicemente montato gambe più lunghe di dieci centimetri, portandolo da 1,69 a 1,79 metri di statura complessiva. È una facoltà che nessun velocista umano possiede: la macchina non si allena, si riprogetta.

A questo si aggiungono i profili metodologici. Il 9,32 è maturato in una prova preparatoria, non in gara; i sistemi di cronometraggio non rispondono agli standard della World Athletics, che ovviamente non omologa nulla di tutto ciò; e nessuna federazione sportiva certifica la lunghezza effettiva del tracciato o l’assenza di assistenza esterna. Chiamarlo “record del mondo” è un’operazione narrativa, non tecnica.

Il dato interessante è un altro, ed è di ingegneria: attuatori, gestione termica, algoritmi di controllo dell’equilibrio e densità energetica delle batterie hanno raggiunto un punto in cui un bipede artificiale regge una corsa esplosiva senza disarticolarsi. Chi ha seguito le edizioni passate ricorderà robot che cadevano in serie durante le staffette e che dovevano essere rialzati a mano, con tecnici a bordo pista pronti a sostituire le batterie. La distanza fra lo sprint e l’autonomia operativa resta considerevole.

La corsa industriale dietro la corsa

L’edizione 2026 dei Giochi — oltre duemila robot iscritti, decine di discipline, dalla corsa al ping pong al calcio — è stata programmata nella stessa settimana della World Robot Conference di Pechino. La contemporaneità non è casuale: è una vetrina di politica industriale.

I numeri che la sostengono sono eloquenti. Nel primo semestre del 2026 la Cina ha coperto la quasi totalità delle esportazioni mondiali di robot umanoidi, nell’ordine delle decine di migliaia di unità. Unitree Robotics ha esordito alla Borsa di Shanghai con un rialzo superiore al 600% in una sola seduta. Sul fronte opposto, la Federal Communications Commission statunitense ha annunciato lo scorso mese un blocco all’importazione di robot umanoidi di fabbricazione estera: una misura che sposta il tema dal terreno della meraviglia tecnologica a quello, ben più prosaico, della sicurezza nazionale e delle catene di fornitura.

Il punto che interessa il giurista

Qui la vicenda smette di essere sportiva. Un umanoide che si muove a quattordici metri al secondo in uno spazio condiviso con persone è, prima di tutto, un prodotto potenzialmente pericoloso.

Il quadro europeo che dovrà governarlo è già scritto, anche se non ancora pienamente operativo. Il Regolamento (UE) 2023/1230 sulle macchine — applicabile dal gennaio 2027 — disciplina proprio i prodotti dotati di comportamento evolutivo e di funzioni di sicurezza affidate al software. Si salda con il Regolamento (UE) 2024/1689 sull’intelligenza artificiale, che qualifica come ad alto rischio i sistemi impiegati come componenti di sicurezza di prodotti soggetti alle normative di armonizzazione elencate nell’Allegato I: la disciplina macchine è tra queste. Ne discendono obblighi di valutazione della conformità, gestione del rischio, documentazione tecnica, sorveglianza umana e robustezza.

Sul versante risarcitorio, la Direttiva (UE) 2024/2853 — da recepire entro il dicembre 2026 — riscrive la responsabilità da prodotto difettoso includendo espressamente software e sistemi di IA nella nozione di prodotto, e considera potenzialmente difettoso anche l’aggiornamento successivo alla messa in circolazione. Tradotto: quelle gambe allungate dieci centimetri prima della gara, in un contesto non sportivo, sarebbero una modifica sostanziale con tutto ciò che ne consegue in termini di ri-certificazione.

Nell’ordinamento interno resterebbero poi da coordinare gli strumenti ordinari — la responsabilità per esercizio di attività pericolose e quella del custode — con un soggetto che non è né cosa inerte né agente dotato di volontà. Il diritto continuerà a imputare le condotte a chi progetta, immette sul mercato e utilizza la macchina: la personalità giuridica del robot, ipotesi accarezzata dal Parlamento europeo nella risoluzione del 2017, è stata poi accantonata, e non senza ragione.

Il cronometro di Pechino, insomma, non misura la fine del primato umano. Misura quanto tempo resta ai regolatori — e agli interpreti — per attrezzarsi prima che questi corpi escano dalla pista.

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