Milano – Un amore lungo più di 50 anni, un legame che avrebbe dovuto culminare in un matrimonio d’urgenza, reso impossibile da un errore burocratico. La storia di una coppia milanese, iniziata nel settembre del 1969, si è conclusa con un’accusa di negligenza al Comune di Milano, a cui il Tribunale ha ora imposto il risarcimento di 15 mila euro per danni morali. La battaglia legale, però, non è finita.
Il compagno della donna si è ammalato nel 2021 e, dal letto dell’ospedale Fatebenefratelli, il 27 febbraio ha scritto un messaggio al suo avvocato chiedendo di attivare le procedure per il matrimonio d’urgenza. Dopo aver ricevuto conferma dalla compagna, Porpora ha inviato immediatamente al Comune di Milano una richiesta formale via PEC, allegando il certificato medico che documentava le condizioni critiche del paziente.
Il Comune ha risposto il 1° marzo 2021, ma tramite un’email ordinaria e non certificata, una modalità non leggibile dalla casella PEC dell’avvocato. Questo “errore grossolano”, come lo definisce la sentenza del Tribunale, ha impedito che la risposta del Comune fosse recapitata in tempo utile. Solo mesi dopo l’avvocato si è accorto della comunicazione, ma il compagno della donna era ormai deceduto il 3 marzo 2021, senza aver potuto celebrare il matrimonio.
Palazzo Marino ha contestato la decisione del Tribunale, sostenendo che, data la “repentinità del decesso”, il matrimonio sarebbe stato comunque impossibile da celebrare. Il Tribunale, tuttavia, ha respinto questa tesi, affermando che il Comune avrebbe potuto procedere alla cerimonia persino il 1° marzo, ricorrendo alla modalità telematica, come era consuetudine durante la pandemia.
La sentenza del 12 settembre 2024 ha condannato il Comune di Milano a pagare 15 mila euro per danni non patrimoniali, ma l’udienza del 29 gennaio 2025 potrebbe definire anche il risarcimento dei danni patrimoniali, per i quali la donna ha richiesto circa 230 mila euro. Questa cifra è calcolata in base alla pensione di reversibilità, un diritto che spetta ai familiari di pensionati o lavoratori deceduti. «La mia cliente avrebbe avuto diritto a circa 800 euro al mese per una vita attesa di 22 anni, raggiungendo la somma richiesta», spiegano gli avvocati.
Il Comune ha annunciato di voler impugnare la sentenza, ritenendo che il Tribunale abbia interpretato erroneamente il caso e non abbia tenuto conto delle difficoltà organizzative legate al contesto pandemico.
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