30 Settembre 2026 - Tecnologia

La corsa ai robot umanoidi è già fuori controllo: tra operai in rivolta e mani che ancora non funzionano

Tesla fa vestire i propri dipendenti con tute da motion capture per insegnare a Optimus a muovere le mani, e i dipendenti si ribellano. Intanto l'industria promette milioni di robot entro il 2030: nel 2025 ne sono stati venduti, in tutto il mondo, appena 7.000

Ci sono due modi per raccontare la rivoluzione dei robot umanoidi in corso in questi mesi. Il primo è quello dei comunicati stampa e delle demo sui social: macchine bipedi che corrono, ballano, piegano magliette, spostano scatoloni in magazzino. Il secondo è quello che emerge quando si guarda ai numeri veri di produzione, alle condizioni con cui questi sistemi vengono addestrati e ai pochi dati indipendenti disponibili sul loro effettivo utilizzo. I due racconti, in questo momento, si assomigliano molto poco.

Il caso più esplicito è quello di Tesla. Optimus, il progetto umanoide dell’azienda di Elon Musk, è passato da poche decine di unità assemblate a settimana nel secondo trimestre 2026 a diverse centinaia ad agosto, con l’obiettivo dichiarato di superare le mille unità settimanali entro fine anno. Fin qui la crescita è reale. Il problema è la distanza tra questo numero e l’ambizione di lungo periodo dichiarata da Musk: ventimila robot a settimana, fino a una capacità produttiva teorica di dieci milioni di unità l’anno nella Gigafactory in Texas.

A frenare la scalata sono soprattutto le mani. Ogni mano e avambraccio di Optimus è composto da oltre cento tra viti e componenti minuscoli, con tolleranze di precisione più strette di qualunque pezzo automobilistico prodotto finora da Tesla: le linee di montaggio automatizzate non riescono ancora ad allineare parti così piccole, e buona parte dell’assemblaggio resta manuale. A questo si aggiungono sensori tattili non ancora affidabili, per cui l’azienda sta sviluppando come soluzione ponte un “guanto sensoriale” sostituibile. Sul fronte software le cose non vanno meglio: secondo quanto riportato, il robot impiega ancora diversi giorni per apprendere un compito elementare, e il suo comportamento resta imprevedibile in qualunque situazione non coperta dalle oltre 500 mila ore di dati di addestramento raccolte finora (che Tesla punta a raddoppiare entro fine anno). Il risultato pratico è che, ad oggi, nessun Optimus sta svolgendo un lavoro produttivo reale: le unità in circolazione servono a testare, raccogliere dati e addestrare se stesse.

Ed è qui che nasce il nodo più delicato, quello umano. Per raccogliere i dati di movimento necessari ad addestrare il software, Tesla ha fatto indossare a lavoratori in Texas e California tute dotate di sensori di motion capture, capaci di registrare ogni gesto compiuto durante mansioni quotidiane. Diversi dipendenti hanno contestato apertamente il programma, facendo notare l’evidente cortocircuito etico: stavano, di fatto, insegnando a una macchina a fare il proprio lavoro, con la prospettiva concreta di essere un giorno sostituiti da quella stessa macchina. Le pressioni sono state sufficienti a spingere l’azienda a rivedere la strategia, spostando parte dell’addestramento verso team dedicati e verso dati raccolti da video piuttosto che dal corpo dei dipendenti. Non è un dettaglio marginale: è la prima volta che la resistenza dei lavoratori incide concretamente sulla tabella di marcia di un progetto di automazione di questa portata.

La corsa è reale, i numeri molto meno

Tesla non è sola in questa partita: anche Toyota, Hyundai e una lunga serie di aziende specializzate, stanno investendo pesantemente nella robotica umanoide. I primi impieghi commerciali sono effettivamente iniziati, soprattutto in ambito logistico: Agility Robotics ha collocato i propri robot Digit nel magazzino di GXO Logistics in Georgia, dove — secondo l’azienda — avrebbero già spostato oltre centomila contenitori. È un dato reale, ma anche un dato parziale: non si sa quante unità Digit siano effettivamente impiegate, con quali turni, né come si confronti la loro produttività con quella di un magazziniere umano.

Ed è proprio guardando all’intero settore che il divario tra narrazione e realtà diventa più netto. Secondo l’International Federation of Robotics, nel 2025 sono stati venduti nel mondo circa settemila robot umanoidi in totale: il primo censimento ufficiale della categoria in tre decenni di rilevazioni IFR. La Cina domina la produzione e le vendite, sostenuta da un ecosistema industriale e da un deciso supporto statale; ma anche lì, quasi tre quarti delle vendite di Unitree — uno dei produttori più attivi — sono finite a sviluppatori software e istituzioni accademiche, non ad aziende che li impiegano per lavorare davvero. Nel settore automobilistico, uno dei più citati come terreno naturale per questi robot, si parla ancora di pilot con numeri a una o due cifre di unità per stabilimento. Gli stessi analisti IFR sintetizzano il problema con una frase che vale come diagnosi per l’intero comparto: la capacità fisica dei robot ha superato di gran lunga la loro affidabilità cognitiva. Sanno muoversi, molto meno spesso sanno lavorare in autonomia in ambienti reali e imprevedibili.

Questo non impedisce alle proiezioni di settore di restare vertiginose: si parla di 90 mila umanoidi venduti entro il 2026 e di 1,2 milioni all’anno entro il 2030. Numeri che, alla luce dei settemila del 2025, richiederebbero un salto di scala che nessun’altra tecnologia hardware ha mai compiuto in tempi altrettanto brevi — automobili e smartphone compresi. Nel frattempo, il mercato più ampio dei robot di servizio professionali (magazzino, pulizia, agricoltura, sanità) cresce in modo assai più solido e meno spettacolare: 200 mila unità vendute nel 2024, +9% sull’anno precedente, con la logistica che da sola ne assorbe oltre 100 mila.

La vera prova, per Tesla come per tutto il settore, non sarà più costruire un robot capace di stupire in una demo di pochi minuti, ma dimostrare che queste macchine possono lavorare per turni interi, per mesi, con costi sostenibili, accanto a persone reali — senza che la complessità tecnologica si trasformi in un nuovo collo di bottiglia operativo, e senza scaricare sui lavoratori, come sta già succedendo, il costo umano di addestrare i propri sostituti.

Articoli simili

Robot umanoidi, dalla fabbrica al campo di battaglia: la Cina accelera sugli impieghi militari

Pechino studia l’utilizzo dei sistemi robotici per ricognizione, logistica e operazioni in ambiente urbano. Il vantaggio industriale cinese potrebbe trasformarsi anche in una risorsa strategica…

Il “Tamagotchi” di Zuckerberg che sa i tuoi dati di pagamento: Muse Charm arriva mentre l’IA di Meta è già sotto accusa

Presentato a Menlo Park un portachiavi con 5G e voce in tempo reale collegato all'assistente Muse, che accede a calendari e metodi di pagamento: solo…

Se un robot fa danni, chi paga? Dal 30 settembre cambiano le regole del processo, non quelle della colpa

Il d.lgs. 160/2026 non stabilisce un nuovo regime di responsabilità per l'IA: interviene su ciò che finora rendeva queste cause quasi impraticabili, cioè la prova…

TORNA ALLE NOTIZIE

Iso 27017
Iso 27018
Iso 9001
Iso 27001
Iso 27003
Acn
RDP DPO
CSA STAR Registry
PPPAS
Microsoft
Apple
vmvare
Linux
veeam
0
    Prodotti nel carrello
    Il tuo carrello è vuoto