Mark Zuckerberg ha presentato ieri – 23 settembre – al Meta Connect 2026 di Menlo Park il Muse Charm, un dispositivo a forma di portachiavi, grande quanto una custodia di AirPods, dotato di schermo touch da circa due pollici, connessione 5G integrata e un avatar animato personalizzabile. Attivato con un tocco su un sensore biometrico, permette di conversare in tempo reale con Muse, l’assistente basato su intelligenza artificiale di Meta, senza bisogno di uno smartphone nelle vicinanze. Il lancio commerciale è previsto per dicembre 2026, prezzo e mercati non sono ancora stati resi noti.
Il dispositivo, che la stampa internazionale ha immediatamente paragonato a un Tamagotchi per l’estetica giocosa e la logica “always-on”, non si limita alla conversazione: accede a calendari, metodi di pagamento e app connesse dell’utente attraverso un ambiente cloud dedicato che Meta chiama Muse Secure VM, ed è pensato per gestire acquisti online, prenotazioni, email, telefonate e persino dispositivi smart della casa e dell’auto.
L’annuncio arriva in un momento delicato per l’affidabilità di Muse sotto il profilo della protezione dei dati. Solo il giorno precedente, secondo quanto ricostruito da fonti interne a Meta, l’azienda ha sospeso un programma pilota in cui operatori umani, i cosiddetti “concierge”, gestivano in prima persona le telefonate che Muse effettuava per conto degli utenti — ad esempio per negoziare bollette — perché gli interlocutori riagganciavano appena scoprivano di parlare con un’intelligenza artificiale. Gli operatori avevano accesso a dati sensibili come credenziali di account e polizze assicurative. Un vicepresidente dell’azienda ha ammesso che il test è partito senza un’informativa adeguata agli utenti.
A questo si aggiunge che Amazon ha bloccato l’accesso di Muse ai propri sistemi per il rischio di utilizzo non autorizzato delle credenziali dei clienti, e che la stessa Meta avverte gli utenti che l’agente “può e continuerà a commettere errori”, raccomandando supervisione umana sulle azioni irreversibili come pagamenti e invio di email.
Il caso Muse Charm condensa in un solo prodotto diversi nodi normativi aperti: gli obblighi di informativa e trasparenza degli articoli 13 e 14 del GDPR quando un sistema presentato come “intelligenza artificiale” viene in realtà gestito, anche solo temporaneamente, da personale umano; la qualificazione di un agente con potere di spesa autonomo alla luce degli obblighi di trasparenza dell’AI Act per i sistemi che interagiscono con le persone fisiche; e la responsabilità contrattuale per gli acquisti o le comunicazioni compiute in autonomia dall’agente, specialmente quando il dispositivo, per il suo design ludico, rischia di intercettare anche un pubblico di minori.
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