L’Italia della giustizia non è più sinonimo assoluto di processi lumaca, ma resta saldamente ancorata ai problemi cronici di sempre: pochi giudici, troppi avvocati, spese processuali tra le più alte del continente e tempi infiniti per arrivare a una sentenza definitiva. È quanto emerge dalla relazione annuale della Commissione Europea sullo stato di funzionamento della giustizia negli Stati membri, un report impietoso che certifica progressi marginali e conferma i nodi strutturali mai risolti.
Tra le maglie dei tribunali italiani si continua a procedere a rilento, soprattutto quando si arriva ai livelli superiori di giudizio, proprio mentre l’attuazione delle riforme previste dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) dovrebbe rappresentare un’occasione storica per cambiare passo. Ma i dati raccolti dalla Commissione, aggiornati al 2023, fotografano un Paese ancora troppo distante dagli standard europei.
Tempi più rapidi, ma il podio dei ritardi resta italiano
Una notizia positiva, seppur modesta, c’è: il tempo medio per chiudere un processo di primo grado è sceso sotto i 500 giorni, con un lieve miglioramento rispetto al monitoraggio precedente (circa 20 giorni in meno). L’Italia resta comunque ai vertici per lentezza, dietro solo a Grecia e Croazia.
Le note più dolenti, però, riguardano i procedimenti di secondo e terzo grado. Per una sentenza definitiva occorrono in media 1.000 giorni — quasi tre anni — dato che pone l’Italia al primo posto tra i 27 Paesi Ue. Nemmeno le sentenze d’appello se la cavano meglio: 700 giorni di media per il secondo grado di giudizio, un altro primato di cui il Paese farebbe volentieri a meno.
Un sistema squilibrato: troppi avvocati, pochi giudici
A incidere sui tempi dilatati della giustizia italiana è anche l’assetto strutturale del comparto. Con quasi 400 avvocati ogni 100mila abitanti, l’Italia è tra i Paesi con la più alta concentrazione di legali in Europa. All’opposto, il numero di giudici disponibili è tra i più bassi: appena 11 ogni 10mila abitanti, contro una media europea ben più alta.
Una sproporzione che non solo rallenta il sistema, ma lo ingolfa di contenziosi, spesso alimentati da un eccesso di accesso agli uffici giudiziari senza un adeguato numero di magistrati in grado di gestirli.
Costi fuori controllo: l’Italia prima per spese processuali
Se i tempi sono un problema, i costi non sono da meno. Il nostro Paese guida la classifica europea delle spese legali, che rappresentano in media il 52% del valore della causa. Un dato nettamente superiore al secondo classificato, la Finlandia, ferma al 39%.
Non solo: con una parcella media di circa 2.500 euro per un avvocato difensore, l’Italia è il terzo Paese più caro d’Europa dietro Paesi Bassi e Croazia. Un costo che pesa sui cittadini e sulle imprese e che, unito alla lentezza del sistema, rappresenta un grave ostacolo alla competitività e alla tutela effettiva dei diritti.
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