6 Ottobre 2026 - Protezione dati

Diritto all’oblio, il Tribunale di Milano impone a Google nuove regole per la deindicizzazione

Accolta l'azione inibitoria collettiva promossa da alcuni soci di Algopolio: entro il 15 novembre Google dovrà modificare le procedure per le richieste di deindicizzazione e motivare gli eventuali rifiuti. L'azienda annuncia che farà appello

Il Tribunale di Milano ha accolto l’azione inibitoria collettiva promossa da alcuni membri dell’associazione Algopolio contro Google LLC, Google Ireland Limited e Google Italy S.r.l. Il provvedimento obbliga il motore di ricerca a cambiare, entro il 15 novembre, le procedure con cui gli utenti chiedono di non veder più comparire certi risultati associati al proprio nome, e a spiegare le ragioni di un eventuale rifiuto.

Di cosa si parla, in concreto

La deindicizzazione è lo strumento con cui, nella pratica, si esercita il cosiddetto diritto all’oblio: la persona chiede al motore di ricerca di escludere alcuni contenuti dai risultati che compaiono cercando il suo nome. Le pagine restano online sul sito di origine, ma diventano molto più difficili da trovare. Il Regolamento Ue sulla protezione dei dati personali ricollega la materia, in particolare, agli articoli 17 (cancellazione) e 21 (opposizione) – quelli su cui verte la decisione milanese. Dalla sentenza Google Spain della Corte di giustizia Ue del 2014, i gestori dei motori di ricerca devono valutare queste richieste caso per caso, bilanciando la riservatezza dell’interessato con l’interesse del pubblico a essere informato.

Le ragioni dei ricorrenti

Per Vincenzo Morabito, presidente di Algopolio e primo ricorrente, la questione è l’effettività della tutela: “Un diritto esiste realmente solo se una persona è messa nelle condizioni di esercitarlo”. Secondo i ricorrenti, chi si rivolge a Google dovrà ora poter illustrare per intero il proprio caso, allegare la documentazione utile e capire perché una richiesta viene eventualmente respinta.

I ricorrenti sono assistiti dagli avvocati Barbara Randazzo e Ruggero Rudoni (studio Oralex) e da Silvia Cossu e Francesco Dagnino (studio Lexia). Randazzo spiega che il Tribunale ha riletto la normativa europea alla luce della giurisprudenza della Corte di giustizia, pretendendo procedure individualizzate e non automatizzate. Cossu sottolinea che anche il riconoscimento della giurisdizione italiana per una controversia di questo tipo rafforza le tutele degli utenti.

La posizione di Google

Google ha dichiarato di non condividere la decisione e di voler presentare appello. Sostiene di avere team dedicati che esaminano ogni singola richiesta, con un processo che definisce rigoroso e conforme alle norme, volto a bilanciare privacy individuale e diritto all’informazione della collettività.

Perché interessa agli studi legali

Per chi assiste clienti in richieste di deindicizzazione, la pronuncia – che dovrà ora superare il vaglio dell’appello – è un precedente da seguire per due aspetti: il modo in cui si costruisce l’istanza (documentazione e motivazione) e l’uso dell’azione collettiva inibitoria come leva sulle modalità con cui una piattaforma gestisce queste richieste. Resta da vedere come Google si organizzerà entro la scadenza del 15 novembre e quali effetti avrà il giudizio di secondo grado.

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