La corsa globale all’Intelligenza artificiale non sta rivoluzionando soltanto software e algoritmi. A cambiare è anche il modo in cui vengono progettate le infrastrutture che rendono possibile l’elaborazione dei dati. Di fronte alla crescente richiesta di potenza di calcolo, l’industria sta esplorando una soluzione fino a pochi anni fa impensabile: realizzare data center galleggianti, posizionati in mare aperto o lungo le coste, sfruttando l’acqua marina per il raffreddamento dei server.
L’idea nasce dalla necessità di affrontare alcune delle principali criticità che accompagnano la diffusione dell’IA. I moderni data center richiedono enormi quantità di energia elettrica, consumano grandi volumi d’acqua per mantenere operative le apparecchiature e occupano superfici sempre più estese, rendendo complessa l’individuazione di nuove aree edificabili, soprattutto nei territori maggiormente urbanizzati.
Su questo scenario si inserisce l’accordo strategico siglato tra il colosso sudcoreano HD Hyundai e Schneider Electric, che hanno annunciato una collaborazione per sviluppare infrastrutture offshore dedicate all’Intelligenza artificiale. L’obiettivo è unire le competenze nella realizzazione di piattaforme galleggianti con quelle nella gestione dell’alimentazione elettrica, del raffreddamento e dell’efficienza energetica dei grandi data center.
La tecnologia non è del tutto inedita. Già nel 2014 l’azienda statunitense Nautilus Data Technologies aveva realizzato i primi impianti galleggianti, oggi operativi in California e in Irlanda. Tuttavia, l’accelerazione impressa dallo sviluppo dell’IA sta trasformando quella che era una sperimentazione in un settore industriale destinato a crescere rapidamente.
Il principio di funzionamento è relativamente semplice. Le strutture, simili a grandi chiatte o piattaforme offshore, vengono ancorate in mare, nei fiumi o in prossimità delle coste. L’acqua circostante viene utilizzata come sistema naturale di raffreddamento, riducendo il ricorso agli impianti tradizionali e consentendo di espandere la capacità elaborativa senza consumare ulteriore suolo.
Dal punto di vista economico, la prospettiva è particolarmente interessante. Secondo le stime di Moody’s Investors Service, gli investimenti globali nei data center dedicati all’Intelligenza artificiale potrebbero raggiungere i 2.630 miliardi di euro entro il 2030. Una crescita alimentata dalla domanda sempre più elevata di capacità computazionale richiesta dai modelli di IA generativa.
Per i grandi cantieri navali asiatici si tratta di una nuova opportunità di business. Le competenze maturate nella costruzione di piattaforme petrolifere, impianti offshore e grandi navi possono infatti essere riconvertite verso un mercato ad alto valore aggiunto, caratterizzato da margini economici superiori rispetto alla cantieristica tradizionale.
La competizione è già iniziata. Samsung Heavy Industries ha ottenuto l’approvazione preliminare per un progetto di data center galleggiante da 50 MW, sviluppato con il supporto dell’American Bureau of Shipping e del Lloyd’s Register. L’azienda prevede di avviare la nuova tecnologia entro il 2028, grazie anche alla collaborazione con il produttore statunitense di server Supermicro.
Parallelamente, anche altri operatori stanno accelerando. Keppel, a Singapore, sta sviluppando un’infrastruttura galleggiante da 25 MW destinata a testare le potenzialità commerciali della soluzione, mentre in Giappone è nato un consorzio industriale che punta alla realizzazione di un data center offshore al largo di Yokohama. Anche in Europa si registrano le prime iniziative: la startup francese Denv-R ha recentemente presentato un prototipo alimentato da energia fotovoltaica.
Accanto alle opportunità, però, non mancano le incognite. Ad oggi non esistono standard internazionali specifici che disciplinino progettazione, sicurezza e gestione dei data center galleggianti. Restano inoltre da verificare gli effetti a lungo termine dell’ambiente marino sulle apparecchiature elettroniche.
Le vibrazioni generate dal moto ondoso, l’umidità costante, la salsedine e la corrosione potrebbero infatti compromettere l’affidabilità dei server e delle infrastrutture di rete, rendendo indispensabili test approfonditi prima di una diffusione su larga scala.
Il settore dovrà inoltre affrontare temi delicati come la sicurezza informatica, la protezione fisica delle infrastrutture offshore, la continuità dell’alimentazione energetica e l’impatto ambientale delle nuove installazioni.
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