Il sistema del compenso per copia privata entra ufficialmente nell’era del cloud. Con il decreto firmato il 23 febbraio 2026 dal ministro della Cultura, Alessandro Giuli, l’Italia estende il meccanismo previsto dalla legge sul diritto d’autore anche allo spazio di archiviazione online, aggiornando al contempo le tariffe applicate ai dispositivi digitali.
Non si tratta di un semplice ritocco dei listini: il provvedimento ridefinisce l’ambito di applicazione di un istituto nato in un contesto analogico, quando la duplicazione di CD e DVD era prassi comune, e lo proietta nel mondo delle memorie virtuali e dei servizi in abbonamento.
Dal supporto fisico alla “memoria in rete”
La copia privata, disciplinata dall’articolo 71-septies della legge sul diritto d’autore, consente ai cittadini di riprodurre per uso personale opere legittimamente acquisite. In cambio, produttori e distributori dei supporti di registrazione versano un compenso che viene poi ripartito agli autori e all’industria culturale tramite gli organismi di collecting.
Con il nuovo decreto, il concetto di “supporto” si amplia fino a comprendere lo spazio cloud, equiparato a una memoria trasferibile. In concreto, anche gli account di archiviazione online – come quelli associati a servizi di storage o posta elettronica – rientrano nel perimetro del compenso.
Il prelievo per il cloud è calcolato su base mensile in funzione dei gigabyte disponibili per utente. È prevista un’esenzione per le soglie minime e un tetto massimo di importo mensile, ma il principio resta innovativo: la tassazione non dipende dal contenuto effettivamente archiviato, bensì dalla capacità di memoria a disposizione.
Tariffe aggiornate per dispositivi e storage
Parallelamente, il decreto aggiorna le tariffe applicate ai dispositivi elettronici, con incrementi legati alla capacità di memoria o alla funzione di registrazione.
Gli aumenti riguardano smartphone e tablet – che rappresentano una quota rilevante del gettito – ma anche computer, televisori con funzione di registrazione, decoder, hard disk, SSD, chiavette USB e schede di memoria. Coinvolti anche i dispositivi wearable, come smartwatch e fitness tracker.
Per la prima volta, il compenso si applica in modo esplicito anche ai dispositivi ricondizionati, introducendo di fatto un prelievo lungo più fasi del ciclo di vita del prodotto.
Nuovi obblighi per i provider
L’estensione al cloud comporta conseguenze operative per i fornitori di servizi. I provider dovranno comunicare periodicamente i dati relativi agli utenti attivi e alla capacità di spazio messa a disposizione, con possibili impatti organizzativi e costi aggiuntivi.
La misura solleva interrogativi soprattutto per i servizi offerti da società estere o per i piani gratuiti, che dovranno comunque confrontarsi con un sistema di rendicontazione e versamento del compenso. Non si esclude l’apertura di contenziosi interpretativi, specie sul perimetro applicativo e sulle modalità di calcolo.
Un equilibrio delicato tra tutela e innovazione
L’intervento riaccende il dibattito sull’adeguatezza dell’istituto della copia privata in un contesto dominato dallo streaming e dall’accesso in abbonamento, dove la duplicazione di opere è spesso marginale rispetto alla fruizione online.
Da un lato, il legislatore ribadisce la necessità di garantire una remunerazione agli autori anche nell’ambiente digitale. Dall’altro, imprese tecnologiche e consumatori si trovano a fare i conti con un sistema che applica un prelievo in modo generalizzato, indipendentemente dall’uso concreto dello spazio di archiviazione.
La memoria digitale – oggi strumento quotidiano di lavoro e vita personale – entra così in un nuovo perimetro regolatorio. Per il settore ICT e per gli operatori dei servizi online si apre una fase di adeguamento, mentre resta da verificare l’impatto effettivo sul mercato e sulle scelte degli utenti in termini di consumo e archiviazione dei dati.
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