Dal 1° gennaio 2025, grazie all’introduzione del collegato lavoro (Legge 203/2024), i professionisti possono stipulare contratti misti, combinando un rapporto di lavoro subordinato part-time con un’attività autonoma presso lo stesso datore di lavoro. Una novità che include anche chi opera in regime forfettario, superando il precedente vincolo che escludeva l’accesso al regime agevolato per chi aveva un datore di lavoro prevalente.
Requisiti stringenti per accedere ai contratti misti
La nuova norma, regolamentata dall’articolo 17 della legge, stabilisce però condizioni precise:
- L’azienda deve avere almeno 250 dipendenti, restringendo notevolmente il campo di applicazione.
- L’orario del part-time deve essere compreso tra il 40% e il 50% dell’orario pieno previsto dal contratto collettivo di riferimento.
- Il rapporto subordinato deve essere a tempo indeterminato.
- Il contratto autonomo deve essere certificato da enti abilitati, come ordini professionali, enti bilaterali o università.
Oltre a queste condizioni, chi aderisce al regime forfettario deve rispettare i limiti previsti dalla normativa: redditi inferiori a 85.000 euro annui e spese contenute per collaboratori o beni strumentali.
Criticità per alcune professioni regolamentate
Nonostante le opportunità offerte, i contratti misti risultano incompatibili con le normative di alcune categorie professionali. Ad esempio:
- Avvocati: la legge forense (articolo 18, legge 247/2012) vieta qualsiasi rapporto di lavoro subordinato per l’esercizio della professione.
- Commercialisti: il Consiglio Nazionale, in una nota del 2014, ha chiarito che un professionista non può operare come dipendente di un’impresa che esercita attività incompatibili con la libera professione.
- Consulenti del lavoro: il Codice deontologico (articolo 36) prevede che il professionista possa esercitare solo nel contesto di un rapporto subordinato conforme alla normativa.
Anche sul fronte previdenziale emergono complessità: i liberi professionisti con un doppio ruolo devono gestire contributi sia verso la cassa professionale che verso l’INPS, spesso in gestione separata.
Una svolta per i giovani tecnici, dubbi sul futuro dei professionisti
La norma è vista con interesse da alcune categorie, come gli ingegneri. “Per i giovani, che incontrano difficoltà nell’avvio di uno studio, un contratto subordinato può rappresentare un’àncora importante,” spiega Remo Vaudano, vicepresidente del Consiglio Nazionale Ingegneri. Questo modello potrebbe rivelarsi utile, ad esempio, nelle aziende informatiche che richiedono figure interne ma anche esterne per la personalizzazione dei servizi.
Più scettico il presidente di Confprofessioni, Marco Natali, secondo cui la misura rischia di penalizzare i giovani professionisti, già poco tutelati dal punto di vista economico e meno incentivati a dedicarsi pienamente alla libera professione.
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