Crescono i redditi, migliora la percezione della professione, ma l’avvocatura italiana resta attraversata da criticità profonde che ne mettono in discussione l’equilibrio e la sostenibilità nel medio periodo. È questa la lettura più completa del Rapporto sull’Avvocatura 2026, presentato a Roma e giunto alla sua decima edizione.
I dati economici restituiscono un quadro apparentemente incoraggiante: il reddito complessivo Irpef supera gli 11 miliardi di euro, con un incremento rispetto all’anno precedente, e il reddito medio si attesta poco sopra i 51 mila euro. Tuttavia, questa crescita non è uniforme e rischia di nascondere una distribuzione fortemente diseguale.
Il primo elemento critico è il persistente divario di genere: le avvocate continuano a guadagnare circa la metà dei colleghi uomini. Una distanza che non è solo economica, ma riflette condizioni di accesso, permanenza e sviluppo professionale ancora squilibrate.
A questo si aggiunge il tema del ricambio generazionale. Gli under 35 rappresentano una quota sempre più ridotta della platea complessiva, mentre l’età media degli iscritti continua a salire. Il progressivo invecchiamento della categoria, insieme alla riduzione del rapporto tra attivi e pensionati, pone interrogativi concreti sulla tenuta del sistema previdenziale e sull’attrattività della professione per le nuove generazioni.
Non meno rilevanti sono le difficoltà operative che incidono sulla qualità del lavoro quotidiano. Tra i fattori percepiti come più critici emergono i ritardi nei pagamenti, il peso crescente degli adempimenti fiscali e burocratici, l’eccessiva concorrenza e l’instabilità normativa. A questi si sommano i tempi della giustizia civile, che restano elevati e disomogenei sul territorio, contribuendo a rendere incerto il quadro complessivo.
Sul piano organizzativo, il modello dello studio individuale continua a essere dominante, segno di una professione che fatica a evolvere verso forme più strutturate e competitive. Le aggregazioni restano limitate anche a causa di un sistema fiscale poco incentivante, che non favorisce modelli associativi e multidisciplinari.
L’innovazione tecnologica rappresenta un elemento di trasformazione, con una crescita significativa nell’utilizzo dell’intelligenza artificiale, soprattutto tra i più giovani. Tuttavia, anche questo processo rischia di ampliare le distanze tra chi ha accesso a strumenti avanzati e chi resta ancorato a modelli tradizionali.
In questo scenario, il miglioramento della percezione della professione – con una riduzione di coloro che definiscono “critica” la propria condizione lavorativa – non basta a superare le fragilità strutturali. Piuttosto, segnala una capacità di adattamento che non può sostituire interventi di sistema.
La fotografia che emerge è quella di un’avvocatura che produce valore e mostra segnali di resilienza, ma che resta esposta a squilibri interni significativi. Le questioni del ricambio generazionale, dell’equità reddituale e dell’organizzazione del lavoro non sono più rinviabili: da esse dipende non solo il futuro della professione, ma anche la qualità del servizio di giustizia nel suo complesso.
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