L’intelligenza artificiale è un alleato o un rivale per i lavoratori? Da quando il lancio di ChatGPT, quasi tre anni fa, ha trasformato l’AI in un fenomeno globale, il dibattito è più acceso che mai. Ora uno studio della Stanford University, appena pubblicato, fornisce dati concreti: l’impatto non è uniforme, ma varia in base all’età, al ruolo e alla complessità delle mansioni svolte.
I giovani e i ruoli entry level i più penalizzati
Secondo l’analisi, che prende in esame l’occupazione statunitense tra il 2021 e luglio 2025, il gruppo più colpito è quello dei lavoratori tra i 22 e i 25 anni, in particolare nei ruoli di primo ingresso nel mercato del lavoro. Qui il calo relativo dell’occupazione ha raggiunto il 13% dalla fine del 2022 a oggi, ossia dal momento in cui l’AI generativa ha iniziato a diffondersi in modo capillare.
Il caso emblematico riguarda lo sviluppo software. Compiti un tempo affidati ai neolaureati o agli sviluppatori junior possono oggi essere svolti dai sistemi di intelligenza artificiale. I ricercatori ricordano che nel 2023 l’AI risolveva meno del 5% dei problemi di codifica sulla piattaforma di benchmark Swe-Bench; nel 2024 la percentuale è schizzata al 72%, segnalando un salto di efficienza che mette in discussione le mansioni di ingresso nel settore.
Lo stesso vale per attività standardizzabili come l’assistenza clienti, dove gli algoritmi conversazionali riescono a coprire buona parte delle interazioni di base con gli utenti.
Chi resiste: esperienza e settori ad alto contenuto umano
Il rischio di sostituzione cala drasticamente per i lavoratori più esperti, che possono contare su competenze trasversali e su un bagaglio consolidato di esperienze. Ma anche per chi opera in settori dove il contributo umano resta imprescindibile.
È il caso della sanità, dove l’AI può affiancare medici e operatori nel supporto diagnostico o nella gestione dei dati, ma difficilmente sostituire la componente decisionale ed empatica. In questi contesti, il tasso di occupazione non solo non arretra, ma in alcuni casi cresce, favorito dall’integrazione dell’AI come strumento complementare.
Un mercato del lavoro in trasformazione
La fotografia scattata dallo studio conferma dunque che l’AI non produce un impatto uniforme. Da un lato, riduce la domanda di mansioni semplici e ripetitive, soprattutto tra i più giovani e nei settori digitali; dall’altro, valorizza le competenze esperte e i contesti in cui il giudizio umano è decisivo.
Il futuro del lavoro, suggeriscono i ricercatori, dipenderà dalla capacità di formazione e riqualificazione continua: solo così i lavoratori più giovani potranno trasformare l’AI da minaccia a opportunità.
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