Sta suscitando un acceso dibattito la circolare del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (Dap) che introduce linee guida per l’allestimento di spazi dedicati all’affettività all’interno degli istituti penitenziari. In particolare, è il Sindacato Autonomo di Polizia Penitenziaria (Sappe) a guidare una protesta formale, con una lettera indirizzata al sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e al direttore del personale del Dap, Massimo Parisi.
Il segretario generale del Sappe, Donato Capece, definisce “inaccettabile” che al personale penitenziario venga richiesto di assumere ulteriori mansioni, ritenute estranee al proprio ruolo istituzionale. Nella nota si legge: “Non possiamo tollerare che la dignità professionale dei poliziotti penitenziari venga svilita fino al punto da renderli custodi dell’intimità altrui. Noi non ci siamo arruolati per diventare ‘guardoni di Stato’, né accetteremo che tale ruolo venga normalizzato in assenza di un progetto credibile, serio e sostenibile”.
Oltre all’aspetto operativo, la questione tocca anche alcuni elementi più ampi, come la gestione dei detenuti considerati problematici. Su questo punto è intervenuto anche il deputato della Lega Jacopo Morrone, evidenziando come la circolare non escluda in modo chiaro i detenuti con gravi comportamenti disciplinari o ristretti in sezioni speciali, come quelle previste dall’articolo 32. “C’è una sottovalutazione dei possibili fruitori di questo ulteriore benefit”, ha commentato Morrone.
Secondo il parlamentare, la misura rischia di creare ulteriore disagio tra gli agenti, e riflette una visione che non tiene conto della percezione diffusa tra i cittadini, i quali continuerebbero a considerare il carcere come luogo di espiazione, rieducazione e reinserimento, non di benefici affettivi.
La circolare del Dap, d’altra parte, si inserisce in un contesto giuridico e istituzionale più ampio. La Corte Costituzionale ha recentemente sottolineato l’importanza del mantenimento dei legami affettivi e familiari come parte integrante del percorso rieducativo previsto dall’articolo 27 della Costituzione. Tuttavia, l’applicazione concreta di questo principio solleva interrogativi su compatibilità organizzative, sicurezza e sostenibilità per il personale penitenziario.
Il confronto rimane aperto, e il dibattito evidenzia le diverse visioni sul ruolo della detenzione, tra esigenze di sicurezza e tutela dei diritti fondamentali.
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