27 Ottobre 2026 - Intelligenza artificiale e ambiente

250mila alberi abbattuti per un data center Google in Finlandia: il conto ambientale dell’intelligenza artificiale

Dalla Finlandia alla Lombardia, la corsa ai centri di calcolo per l'IA si scontra sempre più spesso con VIA mancanti, consumo di suolo e proteste dei cittadini: fin dove siamo disposti a spingerci per il progresso tecnologico?

Non è la prima volta che accade, e difficilmente sarà l’ultima. Negli ultimi anni i data center – i grandi centri di calcolo che alimentano cloud e intelligenza artificiale – si stanno moltiplicando a un ritmo che le norme ambientali faticano a inseguire, in Italia come nel resto del mondo. Anche a Milano, e più in generale in Lombardia, che ospita già circa il 70% dei data center italiani, la pressione è fortissima: le richieste di connessione alla rete ad alta tensione presentate a Terna sono passate da appena 5 nel 2019 a 450 nel marzo 2026, per una potenza potenziale complessiva stimata in circa 82 GW. Secondo un report del Politecnico di Milano, il consumo elettrico del settore potrebbe salire dall’1,9% del 2024 a una quota compresa tra il 7% e il 13% dei consumi nazionali entro il 2035, con emissioni di CO2 in crescita da circa 1 milione di tonnellate annue fino a 8,3 milioni.

Proprio per arginare questa corsa, il 25 ottobre 2026 la Regione Lombardia ha approvato, su proposta del presidente Attilio Fontana, nuove regole che impongono sistemi di raffreddamento a basso consumo d’acqua, l’acquisto di energia da fonti rinnovabili per la quota non autoprodotta, un certificato di fattibilità sulla connessione elettrica prima ancora di avviare l’iter autorizzativo, e vincoli più stringenti sul consumo di suolo agricolo. Legambiente, per voce di Damiano Di Simine, ha comunque parlato di un “mercato delle vacche” in cui i Comuni in difficoltà finanziaria cedono aree verdi agli operatori immobiliari in cambio di oneri di urbanizzazione giudicati ancora troppo bassi. Il 10 ottobre circa mille persone hanno manifestato a Milano chiedendo una moratoria nazionale sui nuovi impianti.

Il problema non è solo italiano. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, nel 2024 i data center hanno assorbito a livello globale circa l’1,5% dell’elettricità mondiale (415 terawattora), con una crescita del 12% l’anno dal 2017, e la domanda potrebbe superare i 945 terawattora entro il 2030. In Irlanda i data center consumano già oltre un quinto dell’intera elettricità nazionale. Non mancano però esempi di gestione virtuosa: a Tallaght, vicino Dublino, il recupero del calore di scarto di un data center Amazon era stato imposto come condizione per il permesso di costruzione, e oggi alimenta una rete di teleriscaldamento che copre il 100% della domanda in condizioni normali, servendo edifici pubblici e 133 alloggi a prezzo calmierato, con un risparmio stimato di quasi 1.500 tonnellate di CO2 l’anno: la prova che un’infrastruttura imposta con le condizioni giuste può diventare una risorsa per il territorio, e non solo un costo da sopportare.

È in questo contesto globale che si inserisce il caso più clamoroso delle ultime settimane. Google, attraverso la propria rappresentanza finlandese, ha fatto abbattere circa 250mila alberi su una superficie di 330 ettari di foresta a Muhos, nel nord della Finlandia, e in un sito vicino a Otanmäki, per costruire un nuovo data center dedicato all’intelligenza artificiale, descritto come il più grande investimento mai realizzato nel Paese (circa 13 miliardi di euro). Il disboscamento è avvenuto nonostante la normativa finlandese imponga una Valutazione d’Impatto Ambientale quando si elimina in modo permanente più di 200 ettari di bosco: un obbligo segnalato già a maggio dall’agenzia statale che vigila sui permessi ambientali, ma di fatto ignorato. I lavori, iniziati a marzo e conclusi ad agosto, sono stati sospesi solo a inizio ottobre dall’autorità finlandese per le licenze e la vigilanza, quando della foresta non restava più nulla: il legname abbattuto non potrà nemmeno essere venduto alle segherie, perché il taglio è avvenuto in modo illegittimo.

Il responsabile di Google per la Finlandia, Antti Järvinen, si è scusato sostenendo che l’azienda avesse agito secondo la “migliore interpretazione” della normativa allora vigente. Il premier finlandese Petteri Orpo ha comunque difeso l’operazione, definendo l’attrazione di questi investimenti una “priorità assoluta” per il Paese, che ha in programma altri 145 data center in varie fasi di pianificazione. Non sono mancate le polemiche internazionali: lo stesso Donald Trump ha criticato la scelta di localizzare l’impianto in Finlandia anziché negli Stati Uniti. Sul piano interno, oltre 93mila cittadini finlandesi hanno firmato una petizione che chiede regole più severe sui data center e un risarcimento per le comunità locali colpite, mentre il tema resterà probabilmente centrale nelle elezioni di aprile.

Resta allora da chiedersi, a fronte di questa avanzata tecnologica che sembra inarrestabile, chi finirà davvero per risentirne di più? I vantaggi dell’intelligenza artificiale e del cloud computing – servizi più rapidi, nuove opportunità economiche, investimenti miliardari che pochi territori possono permettersi di rifiutare – sono reali e innegabili. Ma lo sono altrettanto i costi scaricati sull’ambiente che ci circonda: foreste rase al suolo in poche settimane, consumo di suolo agricolo, pressione crescente su reti elettriche e risorse idriche, comunità locali che si ritrovano a inseguire, spesso in affanno, regole capaci di tenere il passo di investimenti decisi altrove. Il progresso tecnologico, di per sé, resta una buona notizia: lo diventa fino in fondo, però, solo se chi lo porta avanti accetta di rispettare per primo le regole ambientali che lo stesso progresso, paradossalmente, rischia sempre di spingerci a dimenticare.

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