Il Tribunale del Riesame di Roma ha confermato la custodia cautelare in carcere per Valter Lavitola, ex editore, ritenuto il mandante dell’attentato dinamitardo messo a segno davanti all’abitazione del giornalista di Report Sigfrido Ranucci. Nelle 31 pagine di motivazioni depositate, i giudici respingono punto per punto le richieste della difesa e definiscono “inverosimile” la versione fornita dall’indagato.
Il provvedimento ricostruisce il ruolo di Clesio Tavares Gomes, l’uomo che avrebbe materialmente collocato l’ordigno: secondo i giudici è “del tutto inverosimile” che Gomes abbia agito modificando le modalità dell’attentato senza consultare Lavitola, alla luce del rapporto di fiducia tra i due. Le dichiarazioni dello stesso Lavitola, che ha prima parlato di un incarico limitato a sparare contro il muro, poi di un “mandato in bianco”, vengono giudicate contraddittorie su tre punti: il sopralluogo, le modalità dell’azione e il movente.
Decisivo anche il traffico telefonico che collocherebbe Lavitola e Gomes nei pressi dell’abitazione di Ranucci nel pomeriggio del sopralluogo, smentendo la sua negazione. Confermata l’aggravante del metodo mafioso, legata alle “allarmanti modalità dell’azione” e alle minacce che il giornalista riceve dal 2021, tanto da essere sotto tutela personale. Per il Tribunale resta inoltre concreto il pericolo di fuga: le intercettazioni indicano che Lavitola stava per partire per l’Africa subito dopo l’esecuzione, il 1° luglio scorso, delle misure cautelari contro quattro presunti esecutori materiali.
Gli avvocati Sergio e Arturo Cola, difensori di Lavitola, contestano in particolare la tenuta dell’aggravante mafiosa e hanno già annunciato ricorso in Cassazione. Per gli operatori del diritto penale, il caso resta un banco di prova sull’applicazione del metodo mafioso a contesti estranei alla criminalità organizzata tradizionale.
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