Il Tribunale di Roma ha disposto il non luogo a procedere nei confronti di Filippo Blengino, segretario di Radicali Italiani, imputato per guida in stato di alterazione da sostanze stupefacenti dopo essersi messo volontariamente al volante due giorni dopo aver fumato cannabis, nell’ambito di un atto di disobbedienza civile contro la riforma del Codice della strada voluta dal Ministro Matteo Salvini ed entrata in vigore agli inizi del 2025.
La giudice Giulia Malaponte ha accolto la tesi difensiva secondo cui la fattispecie contestata risulterebbe di fatto inapplicabile: allo stato della scienza tossicologica non esistono criteri certi per stabilire, al momento del controllo, se una persona sia ancora sotto l’effetto psicoattivo della sostanza assunta, a differenza di quanto avviene con l’alcoltest. Blengino aveva costruito il caso come test giudiziario deliberato, dichiarando pubblicamente tempi e modalità dell’assunzione prima di mettersi alla guida, proprio per sottoporre la norma al vaglio di un giudice.
La pronuncia si inserisce in un filone interpretativo che chiama in causa anche la Corte Costituzionale, più volte investita della compatibilità tra l’art. 187 del Codice della strada e il principio di tassatività della fattispecie penale. Per la difesa, la decisione dimostra che la riforma del 2025 ha irrigidito le sanzioni senza risolvere il nodo probatorio: in assenza di un marcatore scientifico affidabile del “qui e ora” dell’alterazione, ogni contestazione fondata sulla sola positività agli stupefacenti rischia di reggere su basi indiziarie fragili.
Il precedente offre un argomento difensivo concreto da spendere nei ricorsi pendenti: la richiesta di accertamenti tecnici rigorosi sullo stato psicofisico al momento della guida, e non la sola positività a un test antidroga. Radicali Italiani ha annunciato che userà la sentenza per sollecitare una revisione parlamentare della norma.
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