Per decenni l’Europa ha costruito una parte importante della propria economia e della propria vita quotidiana su tecnologie sviluppate soprattutto negli Stati Uniti. Una dipendenza che per molto tempo è stata vista come il semplice risultato della globalizzazione, e che oggi viene invece letta a Bruxelles anche in termini di sovranità economica e autonomia strategica.
Il problema, però, non riguarda soltanto Apple, Google e Microsoft. Un’impresa europea può utilizzare sistemi operativi statunitensi, archiviare i propri dati su infrastrutture cloud americane, affidarsi a software aziendali e strumenti di intelligenza artificiale sviluppati negli Stati Uniti – anche quando i dati restano fisicamente conservati in Europa. È proprio questo uno dei nodi più delicati: avere i dati in Europa non significa avere il controllo europeo sulla tecnologia che li gestisce.
Il cloud computing è forse il terreno più evidente di questa dipendenza, con una parte significativa del mercato globale dominata da operatori statunitensi. Ma è l’intelligenza artificiale a rendere la questione ancora più urgente: gli Stati Uniti hanno accumulato un vantaggio enorme grazie a capitali, università e capacità di trasformare la ricerca in prodotti commerciali, mentre l’Europa – pur potendo contare su ottime università e ricercatori – fatica a trasformare queste risorse in grandi aziende tecnologiche globali. Il rischio, paradossalmente, è che l’Europa diventi una delle aree del mondo più attive nella regolamentazione dell’IA, ma non nella sua produzione.
Da qui la spinta di Bruxelles verso la “sovranità tecnologica“, che riguarda semiconduttori, cloud, intelligenza artificiale, cybersicurezza e supercalcolo. Ma qui emerge una difficoltà strutturale: il mercato europeo è enorme, ma frammentato in 27 paesi, lingue e sistemi normativi diversi – mentre negli Stati Uniti una startup nasce già in un mercato ampio e omogeneo. Costruire un concorrente europeo dei grandi colossi americani, inoltre, non è solo una questione di investimenti pubblici: servono capitalizzazione, talenti e soprattutto milioni di utenti, vista la forza degli effetti di rete che rendono così difficile scalzare chi ha già conquistato una posizione dominante.
Se l’Europa continuasse su questa strada, il rischio più realistico non sarebbe una perdita improvvisa di accesso alle tecnologie americane, ma qualcosa di più graduale: una quota crescente di infrastrutture digitali gestita da fornitori esterni, con una parte sempre più ampia del valore economico generato dalla trasformazione digitale che finisce fuori dai confini europei – trasformando la dipendenza tecnologica anche in dipendenza economica e geopolitica.
Pensare che l’Europa possa sostituire in pochi anni Apple, Google o Microsoft sarebbe irrealistico. La strada più concreta, semmai, è un’altra: ridurre le dipendenze critiche, diversificare i fornitori, sostenere le tecnologie europee, favorire standard aperti, investire nella ricerca. Non serve autosufficienza totale in ogni tecnologia – serve evitare che, per i settori essenziali, non esista alcuna alternativa europea. È la differenza tra globalizzazione (poter scegliere tra fornitori diversi) e dipendenza (non potervi rinunciare).
La sfida, insomma, non è fare una guerra commerciale ai colossi americani, ma riuscire a dialogare con loro da una posizione meno vulnerabile. E trasformare questa consapevolezza in una strategia concreta sarà, probabilmente, molto più difficile che approvare una nuova legge.
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