La nuova frontiera della robotica umanoide potrebbe non essere soltanto industriale. Mentre i robot diventano più agili, capaci di muoversi in ambienti complessi e di interagire fisicamente con ciò che li circonda, cresce infatti l’interesse delle forze armate per un loro possibile utilizzo operativo.
La Cina, che negli ultimi anni ha costruito una posizione dominante nella produzione di robot umanoidi, sta accelerando proprio in questa direzione. Il tema è entrato apertamente nel dibattito militare del Paese, con studi, sperimentazioni e programmi dedicati alla possibilità di trasferire sul terreno le tecnologie sviluppate nei laboratori.
Secondo dati di BofA Global Research riportati da Reuters, nel 2025 i produttori cinesi avrebbero rappresentato circa il 95% delle spedizioni mondiali di robot umanoidi. Una capacità industriale che assume un significato ulteriore quando le stesse tecnologie vengono considerate per applicazioni legate alla difesa.
Dalla logistica alle operazioni di combattimento
La prospettiva più immediata non è necessariamente quella di eserciti composti da androidi armati. Le prime applicazioni possono riguardare attività nelle quali sostituire una persona con una macchina consentirebbe di ridurre l’esposizione dei militari al pericolo.
Trasporto di materiali, esplorazione di aree rischiose, ricognizione, recupero dei feriti, interventi in presenza di sostanze pericolose e rimozione di ostacoli sono alcuni dei compiti per i quali i sistemi robotici vengono già studiati.
La guerra in Ucraina ha del resto mostrato quanto rapidamente le tecnologie autonome e semiautonome possano modificare le operazioni militari. Droni assistiti dall’intelligenza artificiale vengono utilizzati per navigazione, individuazione degli obiettivi e ricognizione, mentre robot terrestri possono essere impiegati per attività logistiche o in aree particolarmente esposte.
Gli umanoidi aggiungono una caratteristica particolare: essendo costruiti secondo una configurazione simile al corpo umano, potrebbero teoricamente muoversi in ambienti progettati per le persone, utilizzare scale, superare ostacoli e manipolare strumenti.
Proprio questa versatilità rende interessante il loro possibile utilizzo nelle operazioni urbane.
Robot da combattimento, una prospettiva ancora lontana
Tra sperimentazione e reale capacità operativa, tuttavia, rimane una distanza considerevole.
Le dimostrazioni pubbliche hanno mostrato robot capaci di correre, combattere, eseguire movimenti complessi e coordinarsi. Un campo di battaglia rappresenta però un ambiente radicalmente diverso: terreno irregolare, condizioni meteorologiche, ostacoli imprevedibili, comunicazioni instabili e necessità di prendere decisioni in tempi estremamente ridotti mettono sotto pressione sistemi che ancora oggi presentano problemi di autonomia energetica e affidabilità.
Per alcune missioni, inoltre, la forma umanoide potrebbe non essere nemmeno la soluzione migliore. Robot quadrupedi, mezzi cingolati o piattaforme su ruote risultano spesso meno costosi e tecnologicamente più semplici per compiti specifici.
La ricerca cinese guarda però più avanti. Documenti e iniziative riconducibili all’Esercito Popolare di Liberazione hanno progressivamente ampliato il possibile ruolo degli umanoidi, arrivando a ipotizzare un’evoluzione dalle funzioni di supporto verso attività direttamente connesse al combattimento.
Già nel 2024 la National University of Defense Technology e l’Accademia cinese delle scienze militari avevano dedicato attenzione alle applicazioni militari degli umanoidi. Successivamente sono state organizzate sperimentazioni universitarie nelle quali ai robot venivano affidati compiti come entrare in un’area, ricostruirne la mappa e localizzare potenziali obiettivi.
L’intelligenza artificiale diventa il vero elemento decisivo
La sfida non riguarda però soltanto la costruzione del corpo del robot.
Per trasformare un umanoide in un sistema realmente utilizzabile fuori da un ambiente controllato servono capacità avanzate di percezione, interpretazione dell’ambiente, movimento, manipolazione e decisione. Ed è qui che robotica e intelligenza artificiale finiscono per convergere.
Pechino sta investendo anche nella raccolta dei dati necessari ad addestrare questi sistemi. Programmi militari prevedono l’acquisizione e l’etichettatura di informazioni provenienti da telecamere, radar e sensori di movimento, comprese quelle relative alle caratteristiche del terreno.
L’obiettivo è permettere alle macchine non semplicemente di eseguire movimenti programmati, ma di comprendere l’ambiente circostante e adattare il proprio comportamento alle condizioni incontrate.
Anche gli Stati Uniti investono nei robot militari
La Cina non è l’unico Paese interessato.
Anche l’esercito statunitense ha avviato programmi per sperimentare capacità umanoidi militarizzate, individuando tra i possibili impieghi la ricognizione, la sicurezza, la gestione di materiali pericolosi, la rimozione degli ostacoli e le operazioni offensive e difensive in contesti urbani.
Il vantaggio cinese rimane però soprattutto industriale: Pechino dispone di un ecosistema produttivo particolarmente sviluppato sia per gli umanoidi sia per i robot quadrupedi, una condizione che potrebbe consentire di sperimentare e produrre queste tecnologie su una scala difficilmente raggiungibile dai concorrenti.
La robotica militare apre infine una questione che va oltre la competizione tecnologica. Più aumenta l’autonomia delle macchine, più diventa necessario stabilire quale debba essere il ruolo dell’essere umano nelle decisioni che comportano l’uso della forza.
Il passaggio dai robot utilizzati per trasportare materiali o svolgere ricognizioni a sistemi capaci di individuare e colpire un bersaglio rappresenterebbe infatti un cambiamento sostanziale. E potrebbe trasformare una delle tecnologie simbolo della nuova industria dell’intelligenza artificiale in uno dei temi più delicati della sicurezza internazionale dei prossimi anni.
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