14 Luglio 2026 - I dati della giurisdizione

Giustizia PNRR, missione compiuta. Ma i numeri svelano dove il sistema rischia ancora di incepparsi

I target europei sono stati raggiunti con risultati che fino a pochi anni fa sembravano fuori portata: tempi ridotti, arretrato quasi azzerato e un ruolo decisivo dell'Ufficio per il processo. Dietro il successo, però, emergono profonde differenze tra uffici giudiziari, nuove tipologie di contenzioso e criticità organizzative che richiedono interventi mirati

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ha impresso una delle trasformazioni più significative mai registrate dalla giustizia italiana. La riduzione dei tempi dei procedimenti civili e penali, il drastico abbattimento dell’arretrato e la diffusione di una cultura organizzativa fondata sull’analisi dei dati rappresentano risultati che, fino a pochi anni fa, apparivano difficilmente raggiungibili.

Il miglioramento è stato reso possibile dall’impegno congiunto di magistrati, dirigenti amministrativi e personale degli uffici giudiziari, insieme al contributo determinante dell’Ufficio per il processo, che ha consentito di riorganizzare il lavoro e accelerare la definizione delle controversie.

I numeri fotografano un progresso evidente. Nella giustizia civile il tempo medio di definizione si è ridotto del 40%, mentre nel settore penale il calo è stato del 25%. Ancora più rilevante il risultato ottenuto sull’arretrato civile, diminuito di circa il 90%, uno degli obiettivi cardine fissati dall’Unione europea.

Nonostante questi progressi, il confronto internazionale dimostra che il percorso non può dirsi concluso. Gli standard elaborati dalla Commissione europea per l’efficienza della giustizia (CEPEJ) indicano durate medie sensibilmente inferiori rispetto a quelle italiane. Anche la Corte di cassazione, pur avendo più che dimezzato i tempi di definizione, registra ancora una durata media di 621 giorni, ben al di sopra dei parametri europei.

L’ultimo monitoraggio ministeriale sulla giustizia civile, aggiornato al 31 dicembre 2025, restituisce inoltre un quadro che smentisce alcuni luoghi comuni. Le differenze non dipendono semplicemente dal divario tra Nord e Sud, ma soprattutto dalla dimensione degli uffici e dalla diversa distribuzione delle materie trattate.

Le disparità territoriali, tuttavia, restano marcate. Nei Tribunali si passa dai 186 giorni di Marsala ai 1.591 giorni di Trieste, mentre nelle Corti d’appello il divario va dai 224 giorni di Trento agli 899 di Taranto.

Nel complesso, 19 Tribunali sono già al di sotto della media europea, mentre 57 riescono a definire le cause in meno di un anno. Soltanto sette superano i due anni di durata. Rimane però un gruppo di uffici che continua a registrare performance negative rispetto al 2019, con incrementi particolarmente significativi a Venezia (+185%), L’Aquila (+115%) e Trieste (+99%).

L’analisi mette in luce due fragilità strutturali. Da una parte vi sono i piccoli Tribunali, dove poche scoperture di organico possono compromettere l’intera attività dell’ufficio. Dall’altra emergono le difficoltà dei Tribunali distrettuali, chiamati a gestire un contenzioso sempre più complesso e numeroso.

È proprio la composizione delle cause civili ad essere profondamente cambiata. Le controversie in materia di lavoro e previdenza rappresentano ormai quasi la metà delle nuove iscrizioni, mentre il peso delle tradizionali cause contrattuali, successorie e sui diritti reali si è progressivamente ridotto.

Parallelamente cresce il contenzioso in materia di protezione internazionale e cittadinanza, che oggi costituisce una delle principali criticità organizzative del sistema. Le pendenze relative alla protezione internazionale superano le 140.000 unità, mentre la capacità di definizione dei Tribunali si ferma a circa 35.000 procedimenti all’anno. A ciò potrebbe aggiungersi un ulteriore consistente afflusso di ricorsi provenienti dalle Commissioni territoriali.

Diversa appare invece la prospettiva per le controversie sui diritti di cittadinanza, destinate a diminuire grazie alle modifiche introdotte dalla legge n. 74/2025.

Anche le Corti d’appello continuano a migliorare, ma restano ancora lontane dagli standard europei. A pesare sono le carenze di personale, gli organici insufficienti e la scarsa attrattività delle sedi più impegnative, fattori che rendono difficoltosa la copertura dei posti disponibili.

L’esperienza del PNRR ha comunque lasciato un’eredità preziosa. L’organizzazione del lavoro basata sui dati statistici e sul monitoraggio delle performance rappresenta oggi uno strumento indispensabile per governare il sistema giudiziario.

Proprio per questo destano qualche perplessità i nuovi obiettivi fissati dal Governo, che prevedono un’ulteriore riduzione dei tempi della giustizia civile e un nuovo abbattimento dell’arretrato entro il 2028. Si tratta di traguardi molto ambiziosi che, senza adeguati investimenti organizzativi e di personale, rischiano di essere difficilmente sostenibili.

La sfida dei prossimi anni non sarà soltanto quella di smaltire più fascicoli, ma di migliorare anche la qualità della giurisdizione. Oltre agli indicatori quantitativi, sarà infatti necessario valutare aspetti come la stabilità delle decisioni nei successivi gradi di giudizio, il tasso di impugnazione e il rilancio delle udienze in presenza, accompagnando questi obiettivi con interventi mirati sugli uffici più in difficoltà e sulle sezioni chiamate a gestire il crescente contenzioso in materia di protezione internazionale.


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