C’è un dato che, più di altri, fotografa lo stato reale del rapporto tra lavoro e giustizia in Italia: mentre il contenzioso civile complessivo si riduce rispetto al periodo pre-pandemico, le cause di lavoro continuano ad aumentare. Nel 2025 i nuovi procedimenti iscritti nei tribunali sono stati 317.274, in crescita del 4,2% rispetto al 2019, segnando una dinamica controcorrente che merita attenzione.
Non si tratta di una crescita uniforme. A spingere verso l’alto i numeri sono due ambiti ben precisi: il pubblico impiego e le controversie legate ai licenziamenti. Il primo registra un’espansione particolarmente significativa: i fascicoli hanno superato quota 81mila, più che quadruplicando i livelli del 2019. Il secondo, nel settore privato, evidenzia una crescita strutturale: le impugnazioni di licenziamento sono aumentate dell’11,5% su base annua e di quasi il 48% rispetto al periodo pre-Covid.
Il dato, letto insieme, suggerisce una trasformazione profonda del contenzioso lavoristico. Non è solo una questione di volumi, ma di natura delle controversie: si moltiplicano le liti che mettono in discussione l’equilibrio tra diritti, tutele e organizzazione del lavoro, sia nel pubblico sia nel privato.
Nel pubblico impiego, il contenzioso appare sempre più legato a questioni di sistema. Scuola e sanità emergono come epicentri: da un lato, il tema della parità di trattamento tra personale precario e stabile, dall’altro le rivendicazioni su indennità, ferie e turnazioni. A Napoli, ad esempio, nei primi tre mesi del 2026 le cause in materia di pubblico impiego sono cresciute del 15,3%, arrivando a rappresentare oltre un quarto del totale delle controversie lavoristiche. Un dato ancora più significativo se si considera che quasi il 37% di queste liti proviene dal comparto scolastico.
Nel privato, invece, il contenzioso sui licenziamenti segnala una persistente instabilità nei rapporti di lavoro. L’aumento delle impugnazioni suggerisce che le trasformazioni del mercato – tra riorganizzazioni aziendali, transizioni digitali e nuove forme contrattuali – stanno producendo frizioni che trovano sbocco in tribunale.
Accanto a queste dinamiche, resta elevato il peso della previdenza e assistenza, con circa 75mila procedimenti nel 2025, pur in lieve calo rispetto agli anni precedenti. Ma il dato più rilevante, anche qui, è qualitativo: oltre 200mila accertamenti tecnici preventivi, in crescita del 17,3% sul 2019, confermano come il contenzioso si stia spostando sempre più su terreni altamente tecnici, dove la prova medico-legale diventa decisiva.
La geografia giudiziaria contribuisce a completare il quadro. Roma guida per le cause previdenziali, Milano per il lavoro privato, mentre Napoli si conferma come il principale polo del contenzioso nel pubblico impiego. Una distribuzione che riflette non solo la dimensione dei territori, ma anche la diversa intensità delle tensioni sociali e amministrative.
Ma il punto più critico emerge altrove: alla crescita delle cause non corrisponde un adeguato rafforzamento delle strutture giudiziarie. Le segnalazioni provenienti dai tribunali evidenziano carenze di personale amministrativo e l’incertezza legata alla scadenza dei contratti dell’ufficio per il processo. In altre parole, il sistema è chiamato a gestire più contenzioso con meno risorse.
È qui che il dato numerico si trasforma in indicatore sistemico. L’aumento delle cause di lavoro non è solo il riflesso di conflitti individuali, ma il sintomo di un equilibrio che fatica a reggere: tra norme e loro applicazione, tra contratti e realtà organizzative, tra diritti riconosciuti e diritti effettivamente esigibili.
Se il trend dovesse proseguire – e i primi mesi del 2026 sembrano confermarlo – il rischio è duplice: da un lato l’allungamento dei tempi di risposta della giustizia, dall’altro una crescente “giurisdizionalizzazione” del lavoro, in cui il tribunale diventa lo spazio ordinario di composizione dei conflitti.
Un segnale che, più che rassicurare, interroga. Perché quando il lavoro finisce sempre più spesso davanti a un giudice, significa che qualcosa, a monte, ha smesso di funzionare.
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