Nel processo tributario, il rispetto dei termini per impugnare non ammette margini di flessibilità, soprattutto quando la sentenza è stata notificata via PEC. È questo il principio ribadito da recenti pronunce delle Corti di giustizia tributaria, che consolidano un orientamento sempre più rigoroso in materia di decorrenza del termine breve per l’appello.
In particolare, la sentenza n. 499/2026 della Corte di giustizia tributaria di secondo grado della Calabria (sezione IV), depositata l’11 febbraio 2026, offre un chiarimento netto: la notifica della decisione effettuata tramite posta elettronica certificata è pienamente idonea a far decorrere il termine di sessanta giorni previsto dagli articoli 38 e 51 del d.lgs. 546/1992.
Il caso riguardava un ente impositore che aveva proposto appello ben oltre il termine utile. La sentenza di primo grado era stata notificata dal contribuente il 30 giugno 2023 all’indirizzo PEC dell’amministrazione risultante dai pubblici registri. Nonostante ciò, l’impugnazione è stata notificata soltanto il 6 dicembre 2023, quando il termine breve risultava ormai ampiamente decorso.
La Corte non ha accolto le argomentazioni difensive dell’ente, che tentava di mettere in discussione la validità della notifica richiamando presunte irregolarità formali e l’applicazione della legge n. 53/1994. Secondo i giudici, nel contesto del processo tributario telematico non sono richieste formalità ulteriori rispetto all’invio della PEC a un indirizzo ufficiale tratto dai registri pubblici.
Il principio che emerge è chiaro: una volta provata la corretta notificazione della sentenza, il termine breve per impugnare decorre automaticamente e non può essere aggirato attraverso contestazioni formali prive di incidenza sostanziale.
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