La Procura di Roma ha notificato a Giusi Bartolozzi, capo di Gabinetto del Ministero della Giustizia, l’avviso di conclusione delle indagini preliminari nell’ambito della vicenda legata al rimpatrio del generale libico Osama Almasri. L’atto, firmato dal procuratore Francesco Lo Voi, rappresenta il passaggio che precede la richiesta di rinvio a giudizio per il reato di false informazioni rese agli inquirenti.
La decisione arriva dopo mesi di attesa in un clima già fortemente politicizzato. La Camera dei deputati, infatti, aveva annunciato la volontà di promuovere un conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato davanti alla Corte costituzionale, sostenendo che per procedere nei confronti della capo di Gabinetto sarebbe necessaria un’autorizzazione parlamentare, analogamente a quanto previsto per i ministri. Procedura che, se formalizzata dall’Ufficio di Presidenza e poi dall’Aula, potrebbe sospendere l’iter giudiziario fino al pronunciamento della Consulta.
Il caso Almasri
La vicenda nasce dall’arresto a Torino, nel gennaio 2025, del generale libico Osama Almasri, responsabile del carcere di Mitiga a Tripoli, su mandato della Corte penale internazionale dell’Aia per presunti crimini contro l’umanità. Due giorni dopo l’arresto, Almasri fu scarcerato e rimpatriato in Libia con un volo di Stato italiano.
Su quella decisione la Procura di Roma aveva aperto un fascicolo che coinvolgeva esponenti di governo, tra cui il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, il ministro della Giustizia Carlo Nordio e il sottosegretario Alfredo Mantovano. La posizione della premier Giorgia Meloni era stata archiviata, mentre la Camera aveva respinto la richiesta del Tribunale dei ministri di procedere nei confronti degli altri membri dell’esecutivo.
Nel corso dell’inchiesta è emerso il ruolo di Bartolozzi nei giorni in cui il governo decise di non convalidare l’arresto del generale e di procedere al rimpatrio. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, la capo di Gabinetto sarebbe stata informata fin dalle prime ore successive all’arresto, avrebbe chiesto la massima riservatezza nelle comunicazioni interne e avrebbe partecipato alle riunioni governative in cui fu definita la linea da seguire. Davanti al Tribunale dei ministri avrebbe inoltre fornito una versione dei fatti ritenuta dalle giudici “inattendibile” e “mendace”, circostanza che ha portato alla contestazione del reato di false dichiarazioni.
Le reazioni politiche
L’avviso di conclusione delle indagini ha immediatamente riacceso lo scontro politico.
“Assolutamente serena, e senza condizionamenti, continuerò a lavorare con senso di responsabilità”, ha dichiarato Bartolozzi tramite il proprio legale, confermando l’intenzione di proseguire nel suo incarico.
Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha espresso “massima e incondizionata fiducia”, manifestando al contempo “perplessità” sulla tempistica dell’iniziativa giudiziaria. “Il mio Capo di Gabinetto continuerà, con ancora maggiore motivazione, ad affiancare la mia opera di riforma”, ha aggiunto.
Verso la Consulta
Sul piano procedurale, il fascicolo potrebbe ora subire un nuovo stop qualora la Camera decidesse formalmente di sollevare conflitto di attribuzione davanti alla Corte costituzionale. In tal caso, la Consulta sarebbe chiamata a stabilire se l’azione della Procura abbia invaso le competenze del Parlamento o se, al contrario, l’indagine possa proseguire senza autorizzazione.
I tempi della Corte non sarebbero brevi e la decisione potrebbe arrivare dopo diversi mesi, in un contesto già segnato dal dibattito sulla riforma della magistratura e dal referendum annunciato sul tema.
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