Negli ultimi due anni i bilanci delle banche europee hanno conosciuto una robusta ripresa, dopo oltre un decennio segnato dalla crisi del 2008 e dalle politiche monetarie ultra-espansive della Banca centrale europea. La redditività è tornata, ma in un contesto economico ancora fragile, con salari fermi e crescita debole. In questo scenario, la proposta di tassare gli “extra profitti” bancari sta guadagnando consensi politici, soprattutto in nome di una presunta giustizia sociale.
La domanda, però, è se questa sia davvero una scelta utile ai cittadini.
Dalle banche ai clienti: il costo nascosto delle tasse
Tassare le imprese non significa sempre colpire i loro utili. In mercati poco concorrenziali, come quello bancario, il rischio è che i maggiori oneri fiscali si scarichino sui clienti sotto forma di tassi meno favorevoli o commissioni più elevate. Con abbondanti riserve di liquidità e pochi rivali stranieri a causa delle barriere alle acquisizioni transfrontaliere, gli istituti di credito hanno margini ampi per trasformare l’aumento delle imposte in costi aggiuntivi per famiglie e imprese.
Una fiscalità incerta mina la fiducia
C’è poi un problema di stabilità. La redditività delle banche è ciclica: cresce quando i tassi salgono, si riduce bruscamente in fasi di recessione. Interventi fiscali variabili, legati all’andamento del ciclo, rendono difficile attrarre capitali a lungo termine e scoraggiano gli investimenti. Gli utili più elevati registrati nel 2023-2024 derivano soprattutto dalla riduzione dei crediti deteriorati e dall’aumento dei tassi decisi dalla Bce. Ma questi margini potrebbero presto ridursi, complice l’avanzata delle tecnologie digitali, l’emergere delle valute virtuali e l’eccesso di capacità produttiva del settore finanziario.
La trappola del “tassare e salvare”
Il rischio più grande è che si finisca per costruire un sistema basato su un paradosso: colpire le banche con nuove tasse quando i bilanci vanno bene, per poi doverle sostenere con denaro pubblico quando tornano in crisi. Una logica miope, che ignora la necessità di rafforzare il capitale degli istituti e di prepararli a nuove fasi di instabilità.
Un approccio di lungo periodo
Il dibattito, quindi, non dovrebbe limitarsi al calcolo immediato di maggiori entrate fiscali, ma concentrarsi su come garantire un settore bancario più solido e competitivo, capace di sostenere le famiglie e le imprese. L’obiettivo strategico per l’Europa dovrebbe restare l’integrazione finanziaria, oggi frenata da politiche nazionali che difendono rendite e ostacolano il mercato unico.
In un’economia già segnata da crescita debole e salari stagnanti, illudersi che tassare i profitti bancari equivalga a redistribuire ricchezza rischia di trasformarsi in un boomerang. Più che un atto di giustizia, potrebbe rivelarsi un freno allo sviluppo e una nuova voce di spesa per i risparmiatori.
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