ROMA — Un errore di terminologia nella cronaca giudiziaria può costare caro. Lo hanno ribadito le Sezioni Unite della Corte di Cassazione con la sentenza n. 13200/2025, che ha definitivamente chiarito come attribuire pubblicamente a una persona la qualifica di “imputato” quando è ancora solo “indagata” configuri diffamazione a mezzo stampa. Stesso discorso se si attribuisce un reato “consumato” invece di uno “tentato”.
Il verdetto mette fine a un contrasto giurisprudenziale tra le sezioni civili e penali della Cassazione, che in passato avevano assunto orientamenti differenti sull’applicabilità del diritto di cronaca giudiziaria in casi simili.
Il caso: titolo e contenuto scorretti
Al centro della vicenda, un articolo online dal titolo “Truffa del superfinanziere”, in cui una persona veniva indicata come imputata per truffa, quando in realtà era solo indagata — e per un fatto meno grave, ovvero tentata truffa. In primo grado il Tribunale di Roma aveva escluso il carattere diffamatorio della notizia, ritenendo che gli errori non intaccassero la veridicità complessiva della ricostruzione. Diversa la valutazione in appello, dove si era sottolineata la gravità della falsità, anche in considerazione del prestigioso ruolo ricoperto dalla persona coinvolta.
Le Sezioni Unite: il diritto di cronaca ha limiti precisi
La Corte ha stabilito che l’esimente del diritto di cronaca giudiziaria non può essere invocata quando si attribuisce a qualcuno uno status giudiziario diverso da quello reale o si alterano gli elementi essenziali dei fatti, aggravandone la portata offensiva. A maggior ragione se a commettere l’errore è un giornalista esperto in cronaca giudiziaria, che dovrebbe conoscere la differenza tra “indagato” e “imputato” e tra reato tentato e consumato.
Particolarmente significativo il riferimento al contesto digitale. La Corte ha infatti osservato che il lettore online, spesso frettoloso e abituato a informarsi solo attraverso titoli e occhielli, può essere facilmente tratto in inganno da qualifiche improprie, con conseguenze pesanti sulla reputazione dei soggetti coinvolti.
Conclusioni: precisione e responsabilità nella cronaca giudiziaria
La Suprema Corte ha quindi richiamato i principi fondamentali in materia di diffamazione: imprecisioni di dettaglio possono essere tollerate se non alterano il senso della narrazione, ma travisamenti che aggravano la posizione di una persona sono lesivi e penalmente rilevanti. E anche il contesto — stampa cartacea o informazione digitale — incide nella valutazione dell’offensività.
In definitiva, come ha concluso la Corte di appello, l’errore compiuto in questo caso era “evidente e inescusabile” e superava i limiti della verità ragionevolmente putativa, privando la pubblicazione della protezione del diritto di cronaca.
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