8 Aprile 2025 - Professione

Avvocati soli: il 64% lavora in studio da sé. Le aggregazioni? Ancora un miraggio

Secondo il Rapporto 2025 Cassa Forense-Censis, la professione forense resta ancorata a modelli tradizionali: solo un legale su dieci lavora in forma associata o societaria. I giovani aprono di più al mercato, ma restano subordinati. E il Pil dell’avvocatura è nelle mani di pochi.

Avvocati soli e invecchiati, con studi unipersonali che resistono al tempo e alle trasformazioni del mercato legale. È l’immagine che emerge dal Rapporto 2025 curato da Cassa Forense in collaborazione con il Censis, che ha analizzato dati reddituali e demografici integrati con le risposte di oltre 28mila professionisti. Una fotografia che restituisce un’avvocatura poco incline all’aggregazione, segnata da diseguaglianze profonde e da un’età media in continua crescita: 48,9 anni nel 2024, quasi cinque in più rispetto a un decennio fa.

Il modello dominante resta quello monopersonale, adottato dal 64% degli avvocati – con un picco del 71% nella fascia tra i 50 e i 64 anni. Solo uno su dieci guida uno studio con collaboratori, e appena il 9,8% lavora in forma associata o all’interno di una Sta (società tra avvocati). Una solitudine che non è solo gestionale ma anche logistica: il 30% non condivide neanche le spese e i locali con altri colleghi.

I nodi delle aggregazioni

Perché, nonostante il contesto sempre più competitivo e le richieste del mercato, l’avvocatura italiana continua a restare così frammentata? Il Censis individua le cause principali nella difficoltà di concordare una ripartizione equa dei profitti (35,7%), nei costi di gestione (29,2%) e solo in minima parte nella fiscalità (17,8%), già mitigata dalla recente neutralità fiscale prevista per le aggregazioni professionali.

I giovani tra collaborazioni e apertura al mercato

Il quadro si modifica leggermente tra gli under 40, che sperimentano modelli organizzativi più flessibili e meno “solitari”: tra loro gli studi unipersonali scendono al 38,8%. Ma non si traduce in un’impennata delle forme associate, che restano ferme al 10,1%. A fare la differenza è piuttosto la condizione di collaborazione subordinata: quasi la metà dei giovani avvocati lavora per altri legali, con il 28,7% in regime di collaborazione prevalente e il 18,3% in monocommittenza.

Non mancano però segnali di evoluzione: tra gli under 40 cala la centralità dell’attività giudiziale (50,7%) a favore di quella stragiudiziale (49,3%), e cresce l’interesse per i mercati nazionali e internazionali. Il 4,6% del fatturato giovanile arriva dall’estero, contro una media generale del 2,4%.

Il divario economico e il Pil dell’avvocatura

Se il reddito medio annuo dell’avvocato italiano si attesta a 47.678 euro, per i più giovani la realtà è ben diversa: sotto i 30 anni si scende a 15.981 euro, tra i 30 e i 34 anni si arriva a 22.364 euro, mentre tra i 35 e i 39 si toccano i 31.555 euro. Nonostante ciò, il 2023 ha segnato per loro un aumento del reddito superiore al 10%, più marcato rispetto alle fasce d’età superiori.

Una forbice che si allarga se si osserva il Pil dell’avvocatura, che nel 2023 ha raggiunto 15,5 miliardi di euro (+5,2% rispetto al 2022). Ma un terzo di questo volume è prodotto da appena 3.596 professionisti con fatturati superiori ai 500mila euro. Al contrario, il 34% degli avvocati fattura meno di 17mila euro, contribuendo per meno del 3% al Pil complessivo.

«È vero che sono i grandi studi a trainare – ha commentato Valter Militi, presidente di Cassa Forense – ma oggi tutta la categoria sa che deve cambiare pelle», concludendo con un invito al rinnovamento che, per il momento, appare ancora più una necessità che una realtà.


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