La Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, ha accolto il ricorso di un pensionato di Ravenna a cui l’Inps aveva chiesto la restituzione di oltre 300 volte quanto guadagnato in un giorno di lavoro, applicando il principio di proporzionalità alle sanzioni per cumulo fra pensione anticipata e reddito.
I fatti risalgono al settembre 2020: il pensionato, titolare di un trattamento Quota 100, aveva lavorato un giorno in un’azienda agricola, percependo circa 60 euro. Nel marzo 2021 l’Inps gli ha notificato la richiesta di restituzione di 19.632,74 euro, corrispondenti all’intera annualità di pensione, per violazione del divieto di cumulo tra pensione anticipata e reddito da lavoro dipendente previsto dalla disciplina Quota 100 — una sanzione pari a oltre 300 volte il guadagno che l’aveva determinata.
Il Tribunale di Ravenna aveva dato ragione al pensionato, assistito dall’avvocata Federica Moschini, ma la Corte d’Appello di Bologna aveva ribaltato la decisione accogliendo il ricorso dell’Inps. La Cassazione ha ora cassato la sentenza d’appello, rinviando la causa a Bologna in diversa composizione.
Nella motivazione, la Corte ha chiarito che la norma sulla Quota 100 vieta il cumulo ma non prevede espressamente la perdita dell’intera pensione annua: “nel silenzio della norma”, sospendere il trattamento per un anno intero non è ammissibile. La decurtazione, scrivono i giudici, deve essere proporzionata al guadagno effettivamente percepito dalla ripresa dell’attività lavorativa, e non un automatismo sanzionatorio sganciato dall’importo in gioco.
Per gli avvocati che si occupano di contenzioso previdenziale, la pronuncia offre un precedente spendibile in tutti i casi di recupero integrale di trattamenti pensionistici a fronte di redditi da lavoro minimi, e segnala un orientamento di legittimità più attento alla proporzionalità delle sanzioni Inps rispetto all’entità della violazione contestata.
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