Dopo la giornata di guerriglia urbana che ha portato a Milano oltre 200 fermi (circa l’80% minorenni) e danni per 500mila euro stimati da Confcommercio, sui social è circolato un appello — lanciato dalla pagina “Gaza Freestyle” con lo slogan “Liberi tutte e tutti” — che offre assistenza legale gratuita a chi è stato fermato nelle manifestazioni “Italia in Piazza”. Il meccanismo è semplice: chi è stato fermato scrive a un indirizzo email indicato dagli organizzatori, che lo mette in contatto con un avvocato disponibile.
L’iniziativa non è firmata da alcuno studio legale né da un’associazione forense identificabile, e non è chiaro quanti legali vi abbiano aderito. A sollevare il caso è stato Luca Ferrazzi, responsabile regionale lombardo di Futuro Nazionale, che ha chiesto pubblicamente se l’Ordine degli Avvocati di Milano fosse a conoscenza dell’iniziativa. Pur riconoscendo che il diritto alla difesa resta un principio fondamentale, Ferrazzi sostiene che annunciare pubblicamente assistenza legale gratuita in questo contesto rischi di trasmettere un senso di impunità e di trasformare i fermati in simboli politici, chiedendo di non confondere le vicende di Gaza con la cronaca degli scontri milanesi.
L’Ordine degli Avvocati di Milano non ha ancora preso posizione pubblica sulla vicenda. Il ministro dell’Interno Piantedosi ha intanto annunciato indagini per individuare i responsabili dei disordini, definendoli “professionisti del disordine” e assicurando che saranno perseguiti anche se minorenni; il sindaco Sala ha invece parlato di un dispositivo di sicurezza sottodimensionato in piazza Duomo.
Ferrazzi, che guida in Lombardia Futuro Nazionale — la formazione politica legata al generale Roberto Vannacci — non si limita a chiedere conto dell’iniziativa all’Ordine: pretende di sapere chi ci sia materialmente dietro l’hub legale, quali professionisti abbiano aderito e se il meccanismo dell’assistenza gratuita, attivabile scrivendo a un indirizzo email indicato dagli organizzatori, non finisca per incentivare comportamenti analoghi in futuro. Al momento né la pagina “Gaza Freestyle” né altri promotori hanno reso pubblici nomi di legali coinvolti o il numero di richieste di assistenza ricevute.
Il caso solleva, prima ancora delle valutazioni deontologiche, una questione di trasparenza sulla filiera dell’assistenza legale spontanea: senza uno studio o un’associazione forense identificabile a garantirne la regolarità, resta aperto chi risponda di eventuali conflitti d’interesse o irregolarità nella gestione dei fascicoli dei fermati.
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