Questa mattina alle 10, davanti alle Sezioni Unite civili della Cassazione, si apre l’udienza che può ridisegnare il futuro industriale di Taranto. In discussione c’è il decreto del 27 luglio 2026 con cui la Corte d’Appello di Milano ha ordinato lo stop entro novanta giorni di altiforni, acciaierie e impianti connessi dell’area a caldo dell’ex Ilva, ritenuti dannosi per la salute.
Il procedimento nasce da un’azione inibitoria collettiva (art. 840-sexiesdecies c.p.c.) promossa dall’associazione “Genitori Tarantini”, che chiede non un risarcimento ma l’eliminazione dell’esposizione al rischio. Alla base, la condanna della Corte EDU all’Italia nel caso “Cordella” (2019) per violazione degli artt. 8 e 13 CEDU, e una pronuncia della Corte di giustizia UE del 2024 secondo cui l’autorizzazione ambientale non può essere rinnovata senza limiti in presenza di pericoli gravi per la salute. Nel merito, i giudici milanesi hanno accertato circa 2.000 tonnellate di amianto ancora negli impianti — causa nota di mesotelioma, la cui incidenza a Taranto risulterebbe quadrupla rispetto all’atteso — e il superamento dei limiti di polveri sottili alla produzione massima autorizzata.
Il quadro si è complicato il 5 ottobre, quando il Procuratore generale della Cassazione ha chiesto di accogliere parte dei ricorsi, sostenendo che la dispersione di amianto non sia stata effettivamente accertata e che il rischio sia stato desunto da dati non più attuali, visto che l’impianto oggi produce 2 milioni di tonnellate l’anno anziché le 6 autorizzate. Il parere non vincola le Sezioni Unite, che possono confermare il decreto, annullarlo o rinviarlo a Milano: in ogni caso senza una riaccensione immediata degli impianti, fermi dal 9 ottobre.
Sul piano occupazionale, i commissari di Acciaierie d’Italia hanno chiesto la cassa integrazione per 8.622 lavoratori del gruppo, di cui 6.964 a Taranto su 7.875 dipendenti (88%); oggi pomeriggio è previsto un confronto al ministero del Lavoro. Per gli avvocati, la pronuncia farà scuola sul bilanciamento fra tutela della salute e continuità produttiva. Dopo cinque giorni di mobilitazione, i sindacati hanno sospeso i presidi in attesa dell’esito.
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